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Amarcord


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#31 Erik

Erik

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Inviato 30 dic 2012 - 22:00

Se ne sta discutendo nell'apposito topic di chi sia stato il migliore fra i pugili italiani, siccome Duilio Loi riscuote consensi da molti, voglio portare la testimonianza-articolo di un altro grande maestro che ha dedicato un po' del suo sapere a Mondoboxe e a tutti noi adepti, il ruggente Rebuf, per tutti nel mondo della boxe da tempo immemore conosciuto come Alfredo Bruno

(L'articolo e' scritto in occasione dell'entrata di Duilio nella Hall of Fame)


Duilio Loi è entrato definitivamente nella leggenda e lo fa attraverso la Hall of Fame di Canastota. D’ora in poi il suo nome non è legato solo al ricordo di chi ha seguito le sue gesta ma diventa monumento duraturo anche nei secoli prossimi.

Scrivendo di Duilio non riesco a togliermi un fastidioso sassolino dalla scarpa se non ne parlo come il più grande pugile italiano di tutti i tempi. Qualcuno sarà pronto a obbiettare che l’Italia dei guantoni ha avuto campioni migliori di lui. Molti stravedono per i Locatelli, i Venturi, i Benvenuti, gli Arcari, gli Urbinati ecc..
Tutte opinioni degne di rispetto, ma la mia convinzione oltre che dalla bravura di Loi, deriva anche dai titoli e dai numeri della sua carriera professionistica. E’ stato, lui con la statura di un peso piuma, campione d’Italia dei leggeri, campione d’Europa dei leggeri, campione d’Europa dei welter e campione del Mondo dei superleggeri(o welter junior come si chiamava allora tale categoria). In 15 anni di carriera professionistica ha disputato ben 126 incontri, pareggiandone 8 e perdendone solo tre, peraltro vendicati nella rivincita.
Ha incontrato il fior fiore dei campioni dell’epoca, che sembravano a differenza di oggi nascere come funghi. Parliamo di gente come Glen Flanagan, Ray Famechon, Seraphin Ferrer, Orlando Zulueta, Fred Galiana, Houacine Khalfi, Idrissa Dione, Felix Chiocca, Wallace Smith, Billy Collins, Al Nevarez, Carlos Ortiz, Eddie Perkins. Per non parlare degli italiani: Ernesto Formenti, Mario Ciccarelli, Emilio Marconi, Bruno Visintin, Giancarlo Garbelli, Fortunato Manca. Tutta gente appartenente al gotha del pugilato di tutti i tempi.

Duilio, come abbiamo già detto aveva l’altezza di un piuma, ma il suo sinistro arrivava sempre una frazione prima del suo avversario. In questo pochi potevano competere con lui se non Visintin, Ortiz, Zulueta. Era l’uomo degli ultimi venti secondi di ogni round con un’incredibile girandola di colpi che frastornava gli avversari. Era l’uomo degli ultimi due round: trovava sempre energie per finire in bellezza. Cambiava tattica a seconda dell’avversario. Eddie Perkins, grande campione americano, lo incontrò tre volte e disse, scendendo dal ring sconfitto: “Io mi sono battuto tre volte con Duilio Loi, ma ho incontrato tre pugili diversi”.
Aveva note caratteriali di prim’ordine, probabilmente influenzate dalle sue origini: padre sardo e madre triestina, dai suoi trascorsi giovanili a Genova per poi stabilirsi definitivamente a Milano. Era atleta leale, ma sapeva anche essere scorretto con chi era scorretto con lui; era un tecnico, ma si trasformava in picchiatore spietato con chi lo sfidava con polemiche prima di salire sul ring(Ivor Germain, Fred Galiana, Gordon Goodman).
Tanti gli aneddoti su di lui. Mi piace ricordarne uno che forse serve meglio a identificare il credo di questo grande uomo e atleta. Siamo nel 1951 e Duilio va a Londra per ottenere il lasciapassare per la sfida europea: suo avversario è Tommy Barnham, pugile esperto e di classifica. Prima del match gli inglesi, pur non essendoci un titolo in palio, suonarono l’inno inglese e solo quello. Loi in quel combattimento fu implacabile e Barnham, sconfitto, terminò alquanto provato. Il pubblico sportivamente applaudì Duilio, ma si meravigliò quando vide il triestino sedersi sullo sgabello senza muoversi. La spiegazione arrivò dopo un paio di minuti d’attesa: si sarebbe alzato da lì solo dopo aver sentito anche l’inno di Mameli. Ci furono attimi di sgomento con un frenetico viavai, alla fine spuntò, quasi miracolosamente, lo spartito e fu suonato l’inno italiano con il pubblico in piedi a tributare omaggio.
Loi entrò nella palestra di Dario Bensi a Genova nel 1945, all’età di 16 anni. Fu l’ex campione Amedeo Dejana che lo convinse a passare professionista con Umberto Branchini(Loi ebbe poi due altri procuratori come Rosario Busacca e Steve Klaus). Il giovane, forte fisicamente, acquistava sempre più la padronanza del ring. Dopo qualche anno si trasferì a Milano dove diventò subito un beniamino e nel 1951 conquistò il titolo italiano dei leggeri battendo Gianni Uboldi. Per la verità la chance del titolo l’aveva avuta l’anno precedente, ma non era riuscito ad andare oltre il pari contro il viterbese Malè.

Il triestino non centellinava certo gli incontri e tanto meno gli avversari fino a diventare lo sfidante del campione europeo Jorgen Joahansen, dal quale fu sconfitto a Copenhagen. Riprese subito quota con belle vittorie, soprattutto quelle ottenute prima del limite su Ernesto Formenti, altro beniamino del pubblico milanese, medaglia d’oro alle Olimpiadi e fino ad allora imbattuto. Ormai non si parlava altro che di questo astro nascente che rivaleggiava in fama con il Milan di Gre-No-Li e con Fausto Coppi. Il 6 febbraio 1954 si prese una delle tre rivincite. Il primo a farne le spese fu Jorgen Johansen che si trovò di fronte un Loi scattante, fresco, cattivo, che dalla quarta ripresa fino alla quindicesima prese il volo per conquistare un titolo europeo che aveva avuto predecessori illustri come Cleto Locatelli e Roberto Proietti.
Loi dava l’impressione, match dopo match, di aggiungere qualcosa di nuovo al suo bagaglio tecnico. Gli esperti si sbizzarrirono nel disegnare l’identikit del pugile che avrebbe potuto infastidirlo: corrispondeva perfettamente a Bruno Visintin, vale a dire un tecnico che sapesse usare con velocità e maestria l’allungo maggiore. Loi si battè due volte con lo spezzino e coincidenza( forse destino avverso di Visintin) fu in entrambe le occasioni per la prima difesa del titolo europeo: nel 1954 dei leggeri e nel 1960 dei welter. Loi vinse sempre di misura con qualche perplessità sul verdetto.
Dopo la conquista dell’europeo il triestino fece una tournèe in Australia dove sconfisse gente di primo piano come Ivor Germain, Mario Trigo e Agustin Argote. Con quest’ultimo rischiò di perdere per ferita. Uno squarcio apparve , complice una testata, sul sopracciglio sinistro e ben presto il suo volto si trasformò in una maschera di sangue. Loi anticipò le intenzioni dell’arbitro e suonato il gong prima di andare all’angolo gli chiese per favore di aspettare un altro round. Stavano alla nona ripresa quando una girandola di colpi si abbattè su Argote, che a sua volta finì il round pesto e ferito in più parti. Il match si concluse nelle programmate 12 riprese con vittoria netta dell’italiano. Aldo Spoldi e Saverio Turiello dirottarono Loi, per farlo conoscere al pubblico americano, a Miami Beach dove il 14 gennaio 1955 battè nettamente Glen Flanagan, un outsider di grande esperienza che aveva affrontato i migliori della sua categoria. Loi piacque al grande pubblico ed erano pronti alcuni contratti, ma non accettò per non cadere in mano a personaggi di discutibile fama.

La serie dei successi culminò con la vittoria per l’europeo su Seraphin Ferrer. Era la sera di Santo Stefano e Milano sembrava deserta. I tram si fermavano a richiesta davanti a bar e cinema dove si trasmetteva l’incontro in televisione. Sarà bene ricordare che allora c’erano solo due canali e un ipotetico share sarebbe stato certamente dell’80%. Loi compì un altro dei suoi capolavori, Ferrer che aveva la dinamite in entrambi i pugni non riuscì quasi mai a colpirlo e al contrario dovette incassare colpi impietosi che si abbattevano con frequenza su di lui. Fu in quell’occasione che a Milano nacque il detto : “Natale con i tuoi, Santo Stefano con Loi”.
Gli americani pur piazzandolo ai primi posti in classifica sembravano ancora snobbare l’italiano. Mancava la consacrazione e questa venne con l’ingaggio di Orlando Zulueta, un cubano evitato da tutti e che nella sua carriera aveva battuto quattro campioni del mondo. Alla quinta ripresa una testata aprì l’occhio destro di Loi, il sangue copioso gli annebbiava la vista e il sinistro eccezionale del cubano, rapido e maligno, sembrava cercare solo l’impatto con la ferita. Fu un incontro drammatico e il risultato era in bilico fino a quando alla nona ripresa Loi sfoderò tutto il suo reperterio. Zulueta fu sballottato da un lato all’altro. Fu una ripresa da due punti e fu decisiva per assegnare la vittoria al triestino. Dopo questo successo divenne subito “re senza corona” e i vari campioni che si alternavano(Wallace Smith, Jimmy Carter, Joe Brown) si guardarono bene dall’affrontarlo.
Loi, però, aveva il suo peggior rivale nella bilancia ed era spesso costretto ad emigrare nella categoria dei welter. Dopo lo stentato pareggio con Mario Vecchiatto passò il Rubicone conquistando la corona europea dei welter e impartendo una dura lezione ad Emilio Marconi che in precedenza aveva pareggiato con lui.
La svolta, se così si può definire, della carriera di Loi avvenne nel 1960 con il ripristino della categoria dei superleggeri. Era campione il portoricano Carlos Ortiz, giovane e fortissimo, che aveva battuto prima del limite gente del calibro di Battling Torres e Kenny Lane. Steve Klaus riuscì a concludere la trattativa per il mondiale a San Francisco. Il 15 giugno Loi sale sul ring, nonostante una spalla in disordine, infortunio patito nel match con Giacomo Nervi. Fu sconfitto di misura e Ortiz subì anche un conteggio.
Immediatamente si fece avanti la SIS di Vittorio Strumolo che offrì una lauta borsa a Ortiz per battersi con Loi, descritto come pugile in declino. La sorpresa per Ortiz fu amara e di fronte a 80mila spettatori che gremivano la stadio di San Siro perse il titolo ad opera di un Loi preparatissimo, che divenne il terzo italiano a conquistare il mondiale dopo Carnera e D’Agata. La bella si disputò sempre a Milano e il risultato non cambiò, forse ancora più netto a favore del triestino.

La parabola discendente, camuffata dalla grande classe, era però iniziata per un pugile di 32 anni che aveva affrontato e battuto fior di campioni. Lo si vide nella difesa del mondiale contro Eddie Perkins, un negretto veloce e scaltro. In quell’occasione fu decretato un pari benevolo. Prima della rivincita con l’americano Loi compì un altro capolavoro nei welter, libero da restrizioni di peso, difendendo l’europeo dall’assalto di Fortunato Manca, picchiatore sardo che davanti alla sua gente nello stadio Amsicora di Cagliari fu sconfitto nettamente ai punti e subì per la prima volta l’umiliazione del tappeto.
Nel secondo match con Perkins si presentò sul ring milanese la controfigura di Loi che perse il titolo mondiale quasi senza combattere. I sacrifici per rientrare nella categoria lo avevano svuotato. Per un fisico compatto e non alto tre o quattro chili volevano dire molto, trattandosi oltretutto di un uomo goloso e di buon appetito. Per tre mesi dopo l’incontro con Perkins la gente di Milano vedeva correre al mattino tagliando la nebbia il suo grande campione. Lo guardavano tutti in religioso silenzio. Tre mesi di duro lavoro in palestra e fuori, al limite della sofferenza, riportarono ancora una volta Loi al cospetto del suo pubblico. Perkins fu letteralmente “sradicato” dal trono. Tutto partecipò a favore di un grande Loi, che terminò addirittura più fresco del suo giovane avversario.
Dopo questo incontro arrivò a sorpresa la decisione irrevocabile del suo ritiro rinunciando a borse altisonanti che provenivano dal Giappone. Si volle ritirare imbattuto, non voleva che il suo pubblico assistesse ad una debacle come era avvenuto per altri campioni. Oggi all’età di 75 anni Duilio Loi vive, senza parlare, in un istituto di Treviso specializzato nella cura dell’ Alzheimer, un male che lo attanaglia da quasi cinque anni e con il quale ha intrapreso il suo ultimo e durissimo combattimento.
L’ultima volta che lo intevistai per telefono, una decina d’anni fa, gli chiesi quale fu l’avversario più duro e difficile(pensando logicamente a Visintin, Ortiz, Collins, Hernandez, Nervaez e Ferrer). Mi rispose a sorpresa: “Il più difficile fu Gianni Uboldi per il titolo italiano. Ricevetti una mazzata alla mascella che mi intontì. Nell’intervallo non recuperai e sul ring vedevo tre Uboldi. Mi concentrai su quello che appariva più scuro. Finalmente la nebbia se ne andò dal mio cervello e vinsi”.

Articolo di Alfredo Bruno

A war can be lost, but with dignity and loyalty. The yield and the betray brand for centuries people in front of the world
November, 1942

 

In the darkest hour, when the demons come, call on me brother and we will fight them together

Omaha Beach


#32 Salvador

Salvador

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Inviato 31 dic 2012 - 01:26

Bellissimo articolo. La prima parte è perfetta.
"Tutte opinioni degne di rispetto, ma la mia convinzione oltre che dalla bravura di Loi, deriva anche dai titoli e dai numeri della sua carriera professionistica. E’ stato, lui con la statura di un peso piuma, campione d’Italia dei leggeri, campione d’Europa dei leggeri, campione d’Europa dei welter e campione del Mondo dei superleggeri (o welter junior come si chiamava allora tale categoria). In 15 anni di carriera professionistica ha disputato ben 126 incontri, pareggiandone 8 e perdendone solo tre, peraltro vendicati nella rivincita.
Ha incontrato il fior fiore dei campioni dell’epoca, che sembravano a differenza di oggi nascere come funghi. Parliamo di gente come Glen Flanagan, Ray Famechon, Seraphin Ferrer, Orlando Zulueta, Fred Galiana, Houacine Khalfi, Idrissa Dione, Felix Chiocca, Wallace Smith, Billy Collins, Al Nevarez, Carlos Ortiz, Eddie Perkins. Per non parlare degli italiani: Ernesto Formenti, Mario Ciccarelli, Emilio Marconi, Bruno Visintin, Giancarlo Garbelli, Fortunato Manca. Tutta gente appartenente al gotha del pugilato di tutti i tempi".
A proposito di Hall Of Fame, sarebbe ora che eleggessero anche Arcari.

#33 Mark

Mark

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Inviato 31 dic 2012 - 02:50

molto bello!

#34 Salvador

Salvador

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Inviato 31 dic 2012 - 03:00

Bellissimo anche l'articolo su Everett, Erik; l'ho letto solo ora. Complimenti.

#35 Mark

Mark

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Inviato 31 dic 2012 - 03:03

sto thread è molto utile!! si scoprono molte cose

#36 Smokin Rose

Smokin Rose

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Inviato 31 dic 2012 - 10:49

Bellissimo articolo. La prima parte è perfetta.
"Tutte opinioni degne di rispetto, ma la mia convinzione oltre che dalla bravura di Loi, deriva anche dai titoli e dai numeri della sua carriera professionistica. E’ stato, lui con la statura di un peso piuma, campione d’Italia dei leggeri, campione d’Europa dei leggeri, campione d’Europa dei welter e campione del Mondo dei superleggeri (o welter junior come si chiamava allora tale categoria). In 15 anni di carriera professionistica ha disputato ben 126 incontri, pareggiandone 8 e perdendone solo tre, peraltro vendicati nella rivincita.
Ha incontrato il fior fiore dei campioni dell’epoca, che sembravano a differenza di oggi nascere come funghi. Parliamo di gente come Glen Flanagan, Ray Famechon, Seraphin Ferrer, Orlando Zulueta, Fred Galiana, Houacine Khalfi, Idrissa Dione, Felix Chiocca, Wallace Smith, Billy Collins, Al Nevarez, Carlos Ortiz, Eddie Perkins. Per non parlare degli italiani: Ernesto Formenti, Mario Ciccarelli, Emilio Marconi, Bruno Visintin, Giancarlo Garbelli, Fortunato Manca. Tutta gente appartenente al gotha del pugilato di tutti i tempi".
A proposito di Hall Of Fame, sarebbe ora che eleggessero anche Arcari.

Se hanno messo Gatti (nulla toglie al suo coraggio), Arcari ha le carte in regola. A gia, non tutte, non è americano...
Mazzinghi è insindacabile che debbano metterlo.
Scusate l'off topic

"Free Salvador" tessera numero 6

 


#37 Erik

Erik

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Inviato 31 dic 2012 - 14:54

Bellissimo anche l'articolo su Everett, Erik; l'ho letto solo ora. Complimenti.

Grazie !!!

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November, 1942

 

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#38 Erik

Erik

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Inviato 02 gen 2013 - 16:05

Questo 'gioiello biografico' e' dedicato ad un altro fighter straordinario morto in circostanze poco chiare

TIGER FLOWERS

Il nome più contraddittorio nella storia della boxe – Tiger ad indicarne le movenze feline e la rapidità di esecuzione sul ring, Flowers quasi a volerne sottolineare il carattere mite e l’insolita devozione alla Bibbia – ma anche uno dei più grandi pesi medi di tutti i tempi, capace di farsi strada in un’epoca in cui giganteggiavano personaggi del calibro di Harry Greb e Mickey Walker e di diventare il primo afroamericano campione del mondo dagli anni turbolenti di Jack Johnson. L’odiosa segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti e la morte prematura all’età di 32 anni gli hanno impedito di ottenere la fama e la ricchezza che avrebbe meritato ma non gli hanno sottratto un posto di prestigio nella storia di questo sport accanto agli immortali del ring ai quali strappò (Greb) e cedette (Walker) la corona dei medi. A 110 anni dalla nascita, ripercorriamo vita e carriera del grande Tiger Flowers.
In una classifica dei migliori 80 pugili “pound for pound” degli ultimi 80 anni pubblicata nel 2002 dal prestigioso mensile americano “The Ring”, occupa il 45° posto; in quella dei migliori 20 pesi medi di sempre compilata dalla stessa rivista l’anno precedente, addirittura il 7°, dietro Greb, Robinson, Monzon, Hagler, LaMotta e Burley ma davanti a fuoriclasse del calibro di Ketchel, Walker, Conn, Cerdan e Zale. Garantiscono a Tiger Flowers questo ranking lusinghiero, secondo gli editori della “Bibbia del Pugilato”, non solo e non tanto il doppio successo su Harry Greb e la sconfitta immeritata contro Walker quanto soprattutto le prestazioni offerte “all’inizio della carriera contro avversari di colore che venivano sistematicamente evitati dai promoter e dai pugili bianchi”.

Complice una frattura al braccio destro rimediata in giovane età, Flowers fu uno dei primi grandi pugili mancini della storia della boxe, preceduto in ordine di tempo dal peso leggero Lew Tendler e dai medi Al McCoy e Johnny Wilson (da lui sconfitto prima del limite nel 1924). Stando ai resoconti degli addetti ai lavori che ebbero la fortuna di vederlo combattere dal vivo, le sue qualità migliori erano la velocità di esecuzione e la continuità d’azione. Se solo la sua capacità di tenuta ai colpi, peraltro costantemente messa alla prova da avversari ben più pesanti, fosse stata altrettanto straordinaria, probabilmente la sua posizione nelle classifiche all-time sarebbe, oggi, ancor più elevata.

Theodore Flowers nacque il 5 agosto 1895 nella città rurale di Camille, in Georgia. Le notizie sulla sua adolescenza sono piuttosto scarne. Figlio di agricoltori, prese a lavorare in giovane età in un cantiere navale di Filadelfia dove si mise subito in evidenza grazie alle sue innate qualità fisiche. Di lì a breve lo ritroviamo in una palestra di pugilato di proprietà dell’ex campione del mondo dei mediomassimi Philadelphia Jack O’Brien.
Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, tornò in Georgia e si stabilì a Brunswick dove trovò lavoro presso un altro cantiere navale. Le sue apparizioni in palestra cominciarono a farsi sempre più frequenti e non passò molto tempo prima che un astuto manager di Atlanta, Walk Miller, decise di testarne le qualità contro un peso massimo della sua scuderia, tale Billy Hopper. “Signor Walk, lo avrei battuto se solo fosse stato un essere umano. Ma il pugile che lei mi ha fatto affrontare non è umano, è una tigre…capito, una tigre”, fu il commento di Hopper dopo quella ingloriosa esperienza. Fu così che Theodore Flowers trovò il manager ed il soprannome che lo avrebbero accompagnato per il resto della carriera.

Dopo una capatina in quel di Brunswick per verificarne in prima persona le qualità, Miller convinse quel ragazzone nero alto 1,75 m (con un allungo di ben 193 cm!) a seguirlo nella sua palestra di Atlanta, il “Decatur Street Gym”. Ben presto tra i due venne ad instaurarsi un rapporto fraterno che esulava dal semplice legame manager-pugile. Circostanza, peraltro, piuttosto insolita in un’epoca in cui le discriminazioni ed i pregiudizi razziali erano ancora molto sentiti.

Pregiudizi che ostacolarono non poco il lancio della carriera professionistica di Flowers, avvenuto quando aveva già 23 anni. Il divieto imposto nel sud degli Stati Uniti di organizzare incontri misti tra neri e bianchi lo costrinse, infatti, a misurarsi con tutti i pugili di colore che gli capitavano a tiro, scontando spesso e volentieri un enorme divario in termini di peso. Circostanza, quest’ultima, che unita alla sua indole piuttosto mite (“Detesto fare del male ai miei avversari, che succede se poi non si riprendono?”) pregiudicò la sua percentuale di successi prima del limite. Poco male: grazie alle sue innate qualità fisiche, che gli consentirono di sostenere da subito incontri di 15, 20 riprese, ai costanti miglioramenti in fase difensiva e alle eccellenti doti di incontrista, il diacono della parrocchia di Butler Street riuscì ad inanellare una serie incoraggiante di 28 successi consecutivi. Il tutto, poi, senza violare minimamente i suoi principi religiosi, visto che aveva sempre cura di portare sul ring una copia della Bibbia regalatagli dalla madre e di recitare il Salmo 144 prima del suono del gong: “Benedetto sia Dio, mia forte roccia, Egli m'addestra per la dura lotta, è mia fortezza, mio Liberator, in Lui rifugio certo trovo ognor”.

La prima battuta d’arresto arrivò nel dicembre 1921 per mano di Panama Joe Gans che replicò il successo solo quattro mesi dopo. Malgrado le successive sconfitte al cospetto del leggendario Sam Langford, di Jamaica Kid, Lee Anderson e Kid Norfolk, le sue qualità non passarono inosservate agli occhi dei bianchi che, incuriositi, iniziarono ad accorrere con sempre maggiore frequenza ai suoi match.
All'inizio del 1922, per aggirare i divieti imposti dalle leggi razziali, Flowers e Miller decisero di varcare il confine del Messico stabilendosi momentaneamente nella cittadina di Juarez. Qui il pugile della Georgia sconfisse, tra gli altri, Gorilla Jones, Frankie Carbone ed Andy "Kid" Palmer prima di far rientro negli Stati Uniti e di trasferirsi dapprima in Ohio, poi nel Michigan ed infine a New York. Fu proprio nella "Grande Mela" che nel 1924 Flowers si impose definitivamente all’attenzione degli addetti ai lavori grazie alla serie impressionante di 36 successi consecutivi ottenuti ai danni, tra gli altri, dell’ex campione del mondo Johnny Wilson e di validi avversari come Bob Lawson, James "Tut" Jackson, Jamaica Kid, George Robinson, Lee Anderson e Joe Lohman. Analogo trattamento fu riservato il 10 novembre 1924 a Jerry Hayes e Clem Johnson, messi fuori combattimento nella stessa serata sul ring di Filadelfia.

Inevitabile, a questo punto, la sfida contro il campione del mondo Harry Greb, la cui esuberante personalità, dentro e fuori dal ring, creò le premesse per quello che i giornalisti dell’epoca non esitarono a definire uno scontro “sportivo, culturale e spirituale”.
Il match senza titolo in palio tra Greb e Flowers, primo capitolo di una memorabile trilogia, si tenne a Freemont, Ohio, il 21 agosto 1924 e si concluse, cosa piuttosto consueta per quei tempi, con una “no decision”. I giornalisti presenti a bordo ring decretarono un verdetto non ufficiale di sostanziale parità (c.d. “newspaper decision”), ma vi fu chi non mancò di sottolineare le notevoli difficoltà incontrate dal campione al cospetto di un avversario assai meno esperto, arrivando addirittura a presagire un imminente passaggio di consegne. Appare, in proposito, piuttosto significativo il seguente passaggio tratto da un quotidiano dell’epoca di Toledo: “Non c’è dubbio che fra i due Greb sia il pugile più completo. Malgrado ciò Flowers ha le caratteristiche giuste per creargli problemi e batterlo in qualunque momento. Greb farebbe molto bene a stare alla larga da lui”. Un suggerimento che evidentemente non giunse all'orecchio del campione del mondo che meno di due anni dopo concesse al rivale l’agognata chance per il titolo.

Dopo il primo match con Greb, Flowers salì sul ring con una frequenza impressionante, disputando ben 90 incontri nell’arco di soli quattro anni contro tutti i migliori pugili in circolazione. Tra i tanti, il foggiano Lou Bogash, al secolo Luigi Buccasio, contro il quale registrò tre vittorie ai punti, una sconfitta per squalifica ed una "no decision".
Durante la sua permanenza a New York, Flowers fu seguito all’angolo da un nuovo allenatore, Bill “Pop” Miller, lo stesso che qualche anno dopo avrebbe forgiato un giovanissimo Ray “Sugar” Robinson nella prima parte della carriera. I risultati furono strabilianti: Flowers inanellò una serie di 52 successi a fronte di due sole sconfitte al cospetto del futuro campione del mondo dei mediomassimi Jack Delaney che, peraltro, in entrambe le occasioni, venne accusato da Walk Miller di aver utilizzato guantoni irregolari. Vere o pretestuose che fossero quelle accuse, il pugile della Georgia proseguì imperterrito nella sua ascesa e con due prestazioni convincenti contro Jock Malone e Frank Moody si guadagnò il diritto di sfidare l’ex campione dei mediomassimi Mike McTigue nella semifinale al titolo mondiale dei medi.

Al termine delle 10 riprese previste, smentendo il cartellino dell’arbitro Eddie Purviux ed il parere unanime di pubblico e giornalisti, due giudici improvvisati, Bernard Gimbel (impiegato presso i grandi magazzini) e Peter Brady (funzionario di banca), che avevano contribuito di tasca propria all’incasso della serata, poi devoluto in beneficenza, assegnarono inspiegabilmente il verdetto a McTigue. Fu solo grazie al gesto sportivo di Flowers, che si congratulò personalmente con l’avversario alla fine del match, se a bordo ring si riuscì ad evitare una protesta di proporzioni clamorose. Il verdetto apparve, comunque, talmente ingiusto che fu Flowers, e non McTigue, ad ottenere la chance iridata contro Harry Greb.
Il 26 febbraio 1926, sul ring del Madison Square Garden, al cospetto di un campione fortemente penalizzato dal distacco della retina subito cinque anni prima nel corso del match contro Kid Norfolk e da gravi problemi di peso determinati dal frequente uso di alcolici, Flowers non si fece sfuggire l’occasione e si aggiudicò una netta vittoria ai punti. Greb fu scosso nel 1° round da due precisi ganci destri, tornò gagliardamente in partita nella fase centrale del match ma dovette arrendersi di fronte all’accelerazione di Flowers nei round decisivi. A 30 anni il “diacono delle Georgia” divenne così il più anziano campione dei medi della storia ed il primo pugile afroamericano capace di conquistare un titolo mondiale dai tempi di Jack Johnson. Un evento ancor più importante in prospettiva storica ove si consideri che furono proprio quel successo e la sua ineccepibile condotta nella vita privata a gettare le basi per l’ascesa, nel decennio successivo, del grande Joe Louis.

Greb, da parte sua, reclamò una rivincita immediata ma sei mesi dopo fu costretto a cedere nuovamente ai punti al termine di 15 riprese infestate da ripetute scorrettezze nel corso delle quali, stando alla testimonianza dei giornalisti presenti, inveì ripetutamente contro Flowers (“per Dio!”) affinchè la smettesse di colpire basso. Un “invito” che seccò non poco il diacono combattente: “Signor Greb, mi metta pure un pollice nell’occhio se vuole ma non invochi invano il nome del Signore”. “Credevo scherzasse”, riferì al termine del match Greb ai reporter incuriositi. Ed invece diamine se faceva sul serio. Quel Flowers non era solo un buon pugile, era anche un brav’uomo”.

Di pari passo con la conquista del titolo mondiale arrivarono i primi guadagni di una certà entità: su sollecitazione del manager Miller, 45.000 dollari furono investiti in una lussuosa casa di Atlanta nella quale il neo-campione apparve piuttosto a disagio mentre la restante parte fu devoluta alla parrocchia di Butler Street.

Per la prima difesa del titolo, Flowers trovò sulla sua strada un altro personaggio tutt’altro che avvezzo ai Salmi della Bibbia ed alle frequentazioni religiose, l’ex campione del mondo dei welter Mickey Walker.
Il manager di quest’ultimo, Jack “Doc” Kearns, pretese che il match si svolgesse a Chicago, capitale americana della corruzione, e che la sua durata, come da regolamento locale, non superasse le 10 riprese. Contrariamente alle preoccupazioni di Kearns, fu proprio Walker a chiudere il match in crescendo al punto che Flowers finì al tappeto nel corso del 9° round. Un episodio che sembrò ai più ininfluente, visto che il match fino quel momento era stato dominato in lungo ed in largo dal campione. Ed invece, al termine delle 10 riprese previste, l’arbitro Benny Yanger sollevò il braccio di Walker decretandolo campione del mondo tra i fischi e le proteste del pubblico. La Commissione Atletica dell’Illinois avviò immediatamente un’inchiesta (pare che Kearns avesse scommesso 50.000 dollari sulla vittoria del suo assistito) ma il risultato rimase immutato. Come se non bastasse, una clausola contrattuale che garantiva a Flowers una rivincita entro 90 giorni rimase lettera morta.

Per costringere Walker a concedergli una rivincita, Flowers decise allora di puntare sul sostegno dell’opinione pubblica che non poteva restare indifferente di fronte ai suoi successi. Mise così a segno 14 vittorie consecutive, a fronte di una sola sconfitta contro il temibile Leo Lomski e di due pareggi con il futuro campione del mondo dei mediomassimi Maxie “Slapsie” Rosembloom. Nessuno poteva immaginare che il suo record complessivo di 115 vittorie (53 prima del limite), 14 sconfitte, 6 pareggi, 21 no decision ed 1 no contest sarebbe rimasto immutato.

In quel periodo, infatti, a turbare la tranquillità dell’ex campione, più che l’agognata rivincita con Walker, era un fastidioso mal di testa causato dalle cicatrici che si erano andate formando attorno al suo occhio sinistro. Su consiglio del manager, decise allora di sottoporsi ad un intervento chirurgico di routine nella clinica newyorkese del Dr. Wilfred Fraelick. Una decisione che si rivelò fatale: i postumi dell’intervento provocarono, infatti, uno stato linfatico che degenerò rapidamente portando, il 16 novembre 1927, al suo decesso. Meno di un anno prima, analoga sorte era toccata, in un ospedale di Atlantic City, all’ex rivale Harry Greb, colto da arresto cardiaco dopo un banale intervento al naso.
Malgrado i sospetti del manager Walk Miller, secondo cui la morte di Flowers fu determinata da un'overdose di etere, nessuno mai indagò sull’operato dell’equipe medica. Destarono tuttavia parecchio scalpore, agli occhi dell’opinione pubblica, gli episodi che si verificarono ad un anno di distanza: prima la scomparsa in circostanze misteriose dello stesso Miller (l’autopsia parlò di suicidio), poi quella improvvisa del Dr. Fraelick (il bollettino medico mise in rilievo la totale assenza di “malattie pregresse”), infine quella di Benny Yanger, l’arbitro del match tra Flowers e Walker, rimasto vittima di un incidente stradale.

Al funerale di Flowers accorse ad Atlanta una folla oceanica di circa 50.000 persone, delle quali oltre 7.000 si accalcarono nell’auditorium cittadino per assistere alla funzione religiosa. Passarono oltre 40 anni prima che la capitale della Georgia tornasse ad assistere ad un simile evento (in occasione della morte di Martin Luther King). Tra i tanti personaggi presenti, il re dei massimi Gene Tunney che volle rendere pubblicamente omaggio al grande campione scomparso: “Sono orgoglioso di avere avuto un amico come Tiger Flowers. La sua fede in Dio e la sua riservatezza hanno ispirato i giovani di tutte le razze, insegnando cosa voglia dire vivere onestamente, parlare educatamente e combattere in modo leale”.


Articolo a cura di Paolo Consiglio

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November, 1942

 

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#39 Salvador

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Inviato 02 gen 2013 - 18:10

Non mi è piaciuto. Le inesattezze sono diverse e di una certa gravità. L'autore omette di scrivere che la larga maggioranza degli osservatori riteneva che Greb avesse vinto il secondo match - valevole per il titolo mondiale detenuto dallo stesso Greb - e che "anche un pareggio sarebbe stato stretto al campione" (Frank Getty, United Press). Non capisco come l'autore possa scrivere che Flowers "si aggiudicò una netta vittoria ai punti". The Pittsburgh Windmill, che si era preparato per il match precedente con la solita svagatezza, si allenò molto seriamente per l'incontro di rivincita, che perse con un verdetto di Split Decision: i due giudici misero in minoranza l'arbitro. Questo verdetto è passato alla storia come uno dei furti più scandalosi di sempre, ma l'autore non lo scrive. Il pubblico del Madison protestò vivacemente, Gene Tunney - amico di entrambi i pugili - dichiarò che il verdetto era ingiusto, Greb stesso disse che, se mai aveva vinto un incontro, questo era il match appena disputato con Flowers. Il Presidente della NYSAC si astenne dall'impugnare il verdetto per timore d'essere tacciato di razzismo.
E' vero, invece, che Flowers subì a sua volta un'ingiustizia nel match con Walker: il campione avrebbe dovuto vincere ai punti, ma l'arbitro, appellandosi ad un inesistente cavillo regolamentare, si arrogò la facoltà di nominare vincitore lo sfidante, spiegando che Flowers meritava la sconfitta per aver abusato dell'abitudine di colpire con l'interno del guantone. Ammesso che ciò fosse vero, però, l'arbitro avrebbe dovuto squalificare Flowers, anziché aspettare la fine del match per decretare arbitrariamente la vittoria di Walker. La Commissione Atletica dell'Illinois condusse un'inchiesta, ma l'accordo per una rivincita appianò la questione. La rivincita non sarebbe mai stata disputata, perché Flowers, accomunato a Greb in questo tragico destino, morì sotto i ferri.
Un'altra inesattezza riguarda il primo match - senza titolo in palio - tra Greb e Flowers: il verdetto non fu una No Decision, ma fu una vittoria ai punti per Greb.
Troppe sbavature.

#40 Erik

Erik

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Inviato 16 gen 2013 - 16:20

Walter Chiari, appartiene di diritto alla categoria degli immortali, ma anche se molti non lo sanno il pugilato ha attraversato da protagonista la vita di questo grande personaggio. Nonostante le sue grandissime performance recitative, purtroppo a Chiari non venne mai riconosciuto nessun merito a livello di premi, e questa è una gravissima mancanza, per un uomo che ha dato moltissimo al cinema al teatro, ma soprattutto al pubblico italiano.
questa “chicca” a lui dedicata è di Giuliano Orlando

Mattina del 20 dicembre 1991, venerdì. Mi telefona un amico. “E’ morto Walter Chiari”. Non trovai le parole per rispondere. Mi prese un nodo alla gola e rimisi giù la cornetta. Conoscevo Walter da molti anni. Meglio dire che mi onoravo della sua amicizia, nata non a teatro ma a bordo ring. Lui era già famoso, aveva girato film e in teatro era il mattatore capace di farsi ascoltare per ore, non come attore davanti al pubblico, ma uno capitato per caso che ti racconta episodi di straordinaria normalità, facendoti ridere a ruota libera. Io, alle prime armi in quel lavoro che mi accompagna ancora oggi. Potrei sbagliare, ma credo di ricordare che il primo incontro avvenne al Vigorelli nel ’63, in occasione del mondiale di Mazzinghi contro Ralph Dupas per i medi jr. Chiesi un suo parere sul match e la risposta fu un fiume di parole. Amava la boxe quasi quanto il teatro.
Quel giorno di fine dicembre fu più triste del solito. Sapevo che non godeva di buona salute, che il cuore faceva i capricci. Un anno prima era rimasto a lungo al “Niguarda”, dopo una ischemia cerebrale. Aveva ripreso a lavorare con grande vigore, ignorando volutamente che viaggiava verso i 67 anni. Nato l’8 marzo 1924 a Verona, vero cognome Annichiarico.
L’ultimo ricovero ai primi di dicembre: un intervento al S. Carlo, per problemi vascolari derivati dall’ernia. Non ci avevo capito molto. Era uscito apparentemente senza conseguenze, col solito sorriso e la fiducia nel domani. Avevo chiesto notizie a Gino Bramieri, altro personaggio fantastico – lo sapevate che anche il Gino fece esperienza di ring nella stessa palestra? Tre incontri da dilettante: due vittorie e una sconfitta per ko. Mi raccontò: “L’avversario pareva un bamba, lento e tutto chiuso. Pensavo di metterlo giù. Invece all’improvviso mi rifila una ‘saponetta’ che mi ha fatto dormire un giorno. Meglio il teatro, ma quando andavo a vedere Loi era come essere alla Scala” -, grande amico di Walter. Offrendomi una risposta fiduciosa: “El ga nient, tel disi mi”.
Il giorno prima della scomparsa era stato ospite del comico milanese al “Manzoni” impegnato nella commedia “Foto di gruppo con gatto”. Portando champagne e cioccolatini alla compagnia e whisky per l’amico Gino.
Walter risiedeva al “Residence Hotel Siloe” in zona Niguarda, Nord di Milano, complesso abbastanza anonimo. Un bilocale arredato col minimo indispensabile, cucina e soggiorno dominati da una grande poltrona davanti al televisore, vicino a dove abitavo io. Un episodio me lo renderà indimenticabile.
Giugno 1982: ricevo una chiamata in redazione, è Walter Chiari che senza troppi preamboli, come ci fossimo sentiti pochi minuti prima, per la verità ero sempre stato io a chiamarlo, spesso a vuoto, mi apostrofa così: “Complimenti Rocky Giuliano, ho visto a “Blitz” la presentazione del tuo libro “La storia della pugilato”. Addirittura Nino Benvenuti e nientepopòdimeno che Cassius Clay (lo chiamava così) come padrini, accipicchia che lusso. Gianni Minà (il conduttore e buon amico) è una potenza in queste occasioni. Sarà sicuramente un bellissimo libro, tu sei bravissimo. Peccato non l’abbia ancora potuto leggere. Quando me lo porti?”
Potrebbe sembrare incredibile, ma per far combaciare la presentazione del libro e la presenza di Clay in Italia, ero andato direttamente negli stabilimenti dove la “Longanesi” aveva la tipografia, prelevandone una decina di copie, che lasciai a Gianni, assolutamente necessarie per sveltire i vari passaggi.
Il libro, ufficialmente sarebbe uscito alcune settimane dopo. Dovetti attendere infatti parecchi giorni prima di poter entrare in possesso delle “dieci copie” che mi spettavano come autore. A quel punto chiamai Walter avvisandolo che gli avrei portato personalmente la mia “opera”.
Ci pensò qualche istante, poi fissò l’appuntamento nel pomeriggio (così mi disse) di un giorno che adesso non ricordo quale fosse. Ebbi la fortuna di trovarlo e fu quella l’unica volta che potei parlare con Walter senza interruzione, per diverse ore. L’avevo intervistato spesso al telefono, un po’ meno a bordo ring, raramente nel dopo boxe al ristorante. Una volta a Roma, in una riunione di Rodolfo Sabbatini con Monzon, nel marzo del 1972. L’indio di Santa Fè aveva fatto fuori Dennis Moyer, un americano dal buon passato e un futuro incerto, con la solita facilità e crudeltà. Irridendo l’avversario al tappeto. Walter non aveva più la faccia da ragazzino, ma quando rideva sembrava che gli anni scomparissero. Le molte rughe si aprivano e gli occhi ritrovavano gli antichi bagliori. In una cosa non cambiò mai: la loquacità. Ebbe a dire di lui Indro Montanelli, che lo conosceva assai bene: “Un tribunale serio ti darebbe trent’anni per lo sperpero che fai del tuo talento. Una bestemmia contro chi te l’ha dato, un furto ai danni del pubblico. In nessun palco del mondo ho visto un fantasista capace di “inventarsi” ogni sera”.
Negli anni ’80 le sue avventure erano ormai ricordi. I viaggi in Australia ad inseguire Ava Gardner, l’amore con Lucia Bosè, forse quello più profondo, il matrimonio con Alida Chelli e la nascita di Simone nel ’71. Andando più indietro, nel 1945/46, quando ventunenne sostiene il ruolo di boy nella compagnia di Marisa Maresca, procace soubrette che adotta e ipoteca il giovanotto in senso pieno. Non frequenta più la palestra, ma trova il tempo per scappare dalla pressione di Marisa che lo marca a tutto campo, per scivolare sul Naviglio con i canottieri dell’Olona o prendere parte al cimento invernale, sempre lungo il Naviglio Grande.
Quanti amori, professionali e sentimentali, potremmo dire. Le cronache hanno fatto incetta di nomi, oltre alle già citate: Mina, Delia Scala, Elsa Martinelli e Maria Gabriella di Savoia, fino al legame con Patrizia Caselli, una marea d’anni meno di lui, successivo al matrimonio concluso dopo meno di tre anni. Dico questo per far capire ai giovani il personaggio, unico e insuperabile. All’attivo 119 film, per 40 anni ha calcato tutti i teatri, compreso Broadway. Amava la gente, ma spesso si trovava solo e triste. L’inventore del “sarchiapone” che appassionò l’Italia degli anni ‘60 e ’70, vent’anni ruggenti in Tv, con tutte le donne più importanti del piccolo schermo. Tra l’88 e il ’90, riprende la sintonia col cinema, poi chiede strada come autore, con minore successo.
Quando andai a portargli il libro mi accolse come un vecchio amico. Lo sfogliò interessato. Commentò le foto, in particolare i grandi pugili del passato “Dovevano essere di una resistenza incredibile, che campioni Joe Louis e Marciano, straordinario Sugar Robinson, il mio preferito (anche il mio), non ci sono Spoldi e Bosisio, neppure Orlandi, peccato. Guarda Duilio, un genio del ring, bravissimi anche Benvenuti e Mazzinghi. Arcari l’ho visto poche volte in tv. Con Bossi sono amico. Lo sai che ho fatto pugilato per quattro anni?”.

Lo sapevo, me lo aveva raccontato diverse volte. Quella volta aggiunse qualcosa: “Ho trascorso la mia infanzia ad Adria (Rovigo), quando scoppiò la guerra ci siamo trasferiti a Milano. Mia madre Enza era maestra, mio padre Carmelo pugliese di nascita, appuntato di Pubblica Sicurezza. Poi venne assunto alla Isotta Fraschini, era il 1939. Avevo 15 anni e giocavo a pallone. Una fulmine, ma talmente magro che mi suggerirono di andare in palestra a mettere qualche muscolo. In effetti cadevo da solo in velocità, tanto ero leggero. Nel dopolavoro della fabbrica ne funzionava una, molto frequentata. Quando mi avvicinai la prima volta trovai uno con la faccia rotonda e rossa, sembrava Croc, era l’istruttore ma io non lo sapevo. Gli chiesi se in quel locale insegnavano a tirare pugni. Mi guardò abbastanza serio: “Figliolo non vedi? Non penserai che sia una rivendita di mentine. Vuoi provare anche tu?”. “No grazie, ho sbagliato” risposi. La notte non riuscivo a dormire. Pensavo se dovevo andare da quel tizio oppure scappare appena lo rivedevo. Il giorno dopo mi presentai e sull’attenti, chiesi di poter imparare a fare la boxe”.
Riprendo quanto mi raccontò Libero Cecchi, allora insegnante al dopolavoro “Isotta Fraschini”, che tenne a battesimo l’allora Walter Annichiarico, non come attore di teatro e cinema ma come pugile: “Nonostante fosse un grissino, possedeva una vitalità incredibile e parlava con tutti. Dovevo urlargli di tacere, altrimenti mi mandava in tilt i ragazzi. Trovava argomenti su qualsiasi cosa. Ma si applicava più degli altri. Alto un metro e ottanta, faticava a superare i 54 chili. Un Ghandi. Nei mesi successivi mise qualche muscolo, non troppi anche perché non stava mai fermo. Lo feci debuttare come peso gallo, poi passò nei piuma e come tale nel ’40 disputò i campionati lombardi giovanili e li vinse pure. Non andò mai agli assoluti, perché nel frattempo aveva iniziato a fare teatro o qualcosa di simile. Se non ricordo male, come ballerino, quelli di fila. Abitava in zona Garibaldi, ma si spostava sui Navigli, da quelle parti nascevano compagnie di rivista, dove oltre ai ballerini cerano pure le ballerine e Walter era molto attento all’altra parte delle mela. Una volta mi raccontò che aveva preso parte all’”Ora del dilettante”, credevo si trattasse di un torneo di boxe, invece era una selezione per la rivista. Sostenne quel provino all’Olimpia di Largo Cairoli, che non c’è più”.
Aveva qualità pugilistiche?
“Non era certo negato, portava colpi veloci e potenti, vinse parecchie volte per ko, si muoveva molto. Sapeva anche legare, non voleva farsi segnare in faccia. Ma quello che sconcertava era la sua inventiva. Già attore in palestra. Tra una pausa e l’altra andò avanti fino al ’42, mettendo assieme più di trenta incontri. Poi, dopo l’ultima “fantasia”, lo consigliai da amico di scegliere il teatro”. Accettò il mio consiglio, forse aspettava quell’invito, per dare sfogo alla vera vocazione.
Anche Libero Cecchi ha compiuto una bella carriera. Fondò una scuderia nell’immediato dopo guerra. Nel 1956 pilotò il peso gallo Mario D’Agata, sordomuto dalla nascita, al mondiale e dopo 14 anni nel ‘70, raggiunse lo stesso traguardo con Carmelo Bossi tra i medi jr. In trent’anni all’angolo, ha guidato centinaia di atleti, affiancato nell’ultimo decennio dal figlio Francesco. Solo per citare gli ultimi che hanno toccato traguardi notevoli ricordiamo Giancarlo Gabelli, Mario Vecchiatto, Carlo Duran, Paolo Curcetti e Renato Galli. Una volta ritiratosi condusse la “Pizzeria Cecchi” col figlio in via Porpora, non lontano dalla Stazione Centrale. Fumino come i migliori toscani, aveva un cuore d’oro.
“Quando invitavo Walter e il suo amico Grilli, quello che lo aveva portato in palestra, dovevo stare attento perché mi mangiavano anche le sedie. Per non parlare delle serate dopo la palestra. Mi raccomandavo di non frequentare cattive compagnie. E loro sai cosa rispondevano? “Maestro noi restiamo, lei è il nostro cavaliere”. Traduzione: al cinema o in qualsiasi altro locale, pagavo per tre. Benedetti ragazzi. Quante ne combinava il Walter. Una sera gli faccio fare i guanti con Sansone, un peso massimo niente male (nel 1945 a Novara divenne campione italiano dilettanti), ma ingenuo da non credere. A metà della ripresa salta la corrente, si resta al buio. Passano alcuni minuti e quanto la corrente torna, assistiamo ad una scena incredibile: Walter è attorcigliato alle corde come un salame. Un lavoro incredibile, nel più assoluto silenzio. Risata generale. Sansone il più sorpreso, viene accusato di essere l’autore del misfatto. Walter una volta “slegato” si mette in guardia per lavare l’onta. Sansone è talmente “plagiato” che comincia a pensare di essere stato lui. Ci vuole del bello e del buono per convincerlo dello scherzo. Non parliamo delle facce, quando combatteva. Anche gli avversari ridevano. Era un problema pure per l’arbitro, impreparato a tale situazione. Arrivai a promettergli cappuccino e brioche, se la smetteva. Durava una ripresa, poi ricominciava”.
Walter aggiunge qualche altra perla: “Una sera a Novara, il signor Libero, mi avvisa che l’avversario è piuttosto piccolo. ‘Vedi stare un po’ curvo, almeno all’inizio’. A quei tempi mica ci pesavano, andavano a occhio. In effetti era davvero più basso, diciamo sotto l’ascella. Salgo sul ring e quando l’arbitro ci chiama, mi rannicchio sotto l’asciugamano così bene che sembro più piccolo dell’altro. Mentre fa il fervorino, comincio a crescere fino all’altezza giusta, l’arbitro è sbalordito, incredulo della mia lievitazione in pochi secondi”.

Non solo pugni. Mi confida che molte delle storie passate sul palcoscenico sono nate durante le trasferte come pugile.
“Il “burino” alla partita di pallone, l’imitazione di Hitler e altre sono spuntate quando facevo disperare il signor Libero. La storiella del sottomarino nacque sul treno Milano-Lodi, dove la squadra andava a combattere. Mi ero attaccato alla maniglia dell’allarme e ripetevo pronto, ricevuto e passo, fra le risate dei compagni. Col tempo le perfezionai”.
Quella del rannicchiarsi era un’abitudine provata diverse volte. Lo conferma Cecchi: “Una sera al cinema, si presentò alla cassiera e con voce infantile, mostrando a mala pena la faccia, pagò mezzo biglietto. Così piegato se lo fece stracciare dalla maschera, talmente allibita che non ebbe il coraggio di replicare”.
Sono passati quasi 15 anni dalla sua scomparsa, e 23 dalla mia visita a Walter. In quell’occasione mi parve tutto normale. La lunga chiacchierata e la modestia dell’alloggio, lui che aveva soggiornato negli alberghi più lussuosi del mondo, che nel cuore degli anni ’50 ebbe il suo apogeo con Ava Gardner una delle star americane più amate.


A ripensarci, non avevo capito di godere dell’amicizia di un grande artista del palcoscenico leggero. Quello che la gente preferisce. Adesso capisco e lo ringrazio. Chissà che fine avrà fatto il mio libro con dedica. Ad un campione, dentro e fuori dal ring.

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November, 1942

 

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#41 Gentleman

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Inviato 12 feb 2013 - 18:18

Se ne sta discutendo nell'apposito topic di chi sia stato il migliore fra i pugili italiani, siccome Duilio Loi riscuote consensi da molti

Visto che si parla di Amarcord mio nonno mi raccontava che da emigrante del sud l'aveva visto più volte combattere anche in svizzera ed era il suo pugile italiano preferito..sicuramente un campionissimo che ha incontrato tanti pugili molto forti (inutile ripetere l'elenco di salvador) divenendo campione mondiale giustissima la sua entrata nella Hall of Fame di tutti i tempi

Ho male allo stomaco quando oggi i top fighters non combattono contro i migliori (Oscar de la Hoya)


#42 Erik

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Inviato 05 mar 2013 - 21:53

Questo piu' che un articolo e' il frutto di una ricerca rubata in diverse serate passate tra le pagine di qualche documento del British Museum, credo che ci sia molta fantasia alla base e come tutte le leggende tramandate, il passaggio, spesso verbale le abbia arricchite e ingigantite e anche se la traduzione e' fedele (ovviamente dall'inglese e non dall'accadico) alcune testimonianze sono comunque arrivate ai giorni nostri...


"Il pugile imbattibile"

Circa 700 anni prima della nascita di Cristo, uno sport molto simile alla boxe moderna apparVe sulle rive della Mesopotamia, per l’esatezza a Ninive, non è dato di sapere chi l’avesse portato, ma ben presto nelle caserme reali dell’impero Assiro divenne parte dell’addestramento dei futuri capi di una nazione tra le più bellicose e guerriere che la storia ha tramandato
Le tecniche rudimentali di combattimento prevedevano colpi solo con le mani nude, per questo i principali Ekalli (i sergenti istruttori del periodo) dell’esercito impararono ad addestrare tutti i principi di sangue reale non solo al combattimento con la spada, al lancio del giavellotto e al combattimento sul carro da guerra ma anche al saper combattere a mani nude.

Ogni Rab Shake (comandante) si distingueva per le sue doti di combattente ed il sapersi battere con i pugni era un requisito fondamentale per avanzare nella carriera militare, purtroppo non è rimasto quasi nulla di quel modo antico di fare pugilato e tranne qualche reperto archeologico rinvenuto sulle rive del Tigri ai posteri non è stato tramandato nulla, quindi può essere che una leggenda tramandatosi nei millenni si sia ingrossata e ingingatita solo per il passaggio verbale, sembra però che un “pugile” assiro abbia combattuto e vinto in circa 10 anni qualcosa come 500 incontri, questo Joe Louis mesopotamico si narra avesse un peso sugli 80 kili, portasse i colpi più potenti con la mano che reggeva normalmente lo scudo (mancino ??) e fosse un terribile colpitore, ad ingrossare l’aura di imperitura leggenda da alcuni scritti si evince che fosse addirittura uno dei fratelli naturali di Assurbanipal (il re che porto gli Assiri al punto massimo della potenza).
Purtroppo il nome di questo “undefeated” non è arrivato ai giorni nostri e la leggenda potrebbe essere benissimo frutto di qualche cervello e qualche bocca in preda al latte fermentato di cavalla, un alcoolico che bruciava anche la paura di affrontare i cavalieri Sciti e Urartiani....
Tornando al nostro “Assirian Destroyer”, tutti i suoi match finivano con l’avversario al tappeto (anzi sarebbe più corretto dire a terra nel cerchio disegnato con la pece nera), naturalmente non esistevano rounds e intervalli, i match erano a oltranza, a tal punto che alcuni di essi finivano con il pubblico armato di torce per rischiare la notte fonda e permettere ai pugili di combattere vedendosi, a scanso di equivoci e per sgombrare eventuali illazioni, non esistevano avversari di comodo, molti di essi erano prigionieri di guerra e l’eventuale vittoria sarebbe stata sinonimo di vita, per chi non lo sapesse, era uso tra gli Assiri fare ai prigionieri di guerra due semplici esecuzioni, o lo scorticamento da vivi o la bollitura...quindi converrete che battersi era veramente una possibilità irrifiutabile...
Il nostro campionissimo era anche uno dei capi dell’esercito e stranamente per l’indole assira spesso risolveva le questioni con qualche tribù solo battendosi con il “campione locale” evitando spargimenti di sangue e terribili punizioni, quindi un grande sportivo ante-litteram

Di certo leggenda o meno, un record che parla di 500 match tutti vinti prima del limite fa rabbrividire solo a pensarci, altro che miglior pound-4-puond...
Sono sicuro che qualche manager o organizzatore che va per la maggiore venderebbe l’anima al diavolo per averLo, di sicuro c’è che se realmente esistito ..........lui diventa il mio personalissimo numero uno “all time”

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#43 Paolo

Paolo

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Inviato 18 ott 2014 - 21:03

Rispondo alle osservazioni sull'articolo di Tiger Flowers. Il primo match con Greb fu una "no decision", come indicato nell'articolo. Nessuna vittoria ufficiale di Greb, dunque, tutt'al più una "newspaper decision" a lui favorevole. Quanto al secondo e al terzo incontro, la monumentale biografia di Greb scritta da Stephen Compton fa luce sui verdetti, a torto considerati ingiusti. La gran parte dei "ringside reports" aveva Flowers in vantaggio. Saluti.


"If they cut my bald head open they will find one big boxing glove. That’s all I am. I live it" (Marvelous Marvin Hagler)




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