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Amarcord


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Questa discussione ha avuto 42 risposte

#1 Erik

Erik

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Inviato 28 ott 2012 - 22:09

Oggi non avendo nulla da fare, ho passato il tempo leggendo uno pò di archivi del portale, vecchi articoli scritti da tutti quelli che hanno dedicato per un pò di anni a Mondoboxe e a questo fantastico sport e mi venuta voglia di farli leggere anche a chi magari e poco che segue il pugilato..
Il primo è scritto 'a quattro mani' è frutto di un chiaccherata tra Paolo Consiglio e il maestro Sergio Sricchia, parla del grande Rodolfo Sabbatini e del suo inserimento nella International Boxing Hall of Fame di Canastota, buona lettura...



Sono passati oltre vent’anni da quando Rodolfo Sabbatini se ne è andato lassù ad organizzare incontri di boxe. Sulla classica nuvoletta bianca con nel mezzo un bel palco cordato. Non me lo posso figurare, immaginare, pensare in maniera diversa. Avrà convocato a sé Carlos Monzon e Victor Galindez e gli avrà fatto firmare un compromesso. Ricordo ancora come fosse ieri quella mattina nella sede bolognese del Guerin Sportivo quando, a ridosso della "chiusura", la collega Simonetta Martellini, figlia dell'indimenticabile Nando, la "voce" del calcio italiano, mi raggiunse in segreteria raggelandomi: "Sergio, è arrivata un’ANSA! E’ morto Rodolfo Sabbatini, il tuo amico organizzatore. Dai, scriviamo qualcosa, troviamo una bella foto". Già, scriviamo qualcosa.


Una brutta notizia che mi addolorò profondamente ma che, ahimè, non mi colse del tutto impreparato. Non molto tempo prima, il buon "capoccione", come lo chiamavano gli amici, aveva avuto qualche avvisaglia. Conoscevo bene Rodolfo, così come Renzo Spagnoli, suo inseparabile socio di tante indimenticabili serate di grande, grandissima boxe. Quel giorno il “Guerino”, che all’epoca dedicava ancora molto spazio al pugilato, lo salutò con un “addio mister ring” che non avrebbe avuto bisogno di commenti. A seguire una breve nota a beneficio dei pochi che non avevano avuto il privilegio di conoscerlo e di apprezzarlo: "Era nato il 17 agosto 1927 a Roma: un infarto, il secondo della sua vita, lo ha stroncato martedi 7 gennaio. Rodolfo Sabbatini era il più importante organizzatore di incontri di boxe d'Europa, uno dei migliori al mondo insieme agli americani Bob Arum e Don King e all'argentino Tito Lectoure. Aveva cominciato l'attività di organizzatore di riunioni pugilistiche nel 1964 dopo una breve esperienza come giornalista all'Avanti (quando il quotidiano, organo del partito socialista, era diretto da Sandro Pertini) e a Paese Sera. Il suo nome resta legato a grandi pugili italiani come Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti, dei quali organizzò gli incontri più importanti. Dopo aver seguito la carriera di Monzon, Rodolfo Sabbatini, che stava lavorando assieme a Tito Lectoure per il mondiale tra Sacco e Oliva, aveva concentrato la sua attenzione su Marvin Hagler e Nino La Rocca. Nella sua carriera è stato artefice di circa quaranta sfide mondiali, oltre cento europei e più di quattrocento tricolori". Il tutto corredato da una bellissima foto a colori, pescata in fretta e furia come un jolly dall'archivio, che ritraeva il suo volto sorridente.


Aveva solo 59 anni il buon Rodolfo. Stava effettivamente lavorando al mondiale tra l'argentino Ubaldo Sacco e il nostro Patrizio Oliva in quel di Montecarlo. Ci avrebbe pensato qualcun altro ad onorarne la memoria portando a termine il suo lavoro e realizzando un combattimento che è ancora scolpito nella memoria degli italiani. Uno scherzo del destino ha voluto che a vent’anni esatti di distanza da quel 7 gennaio 1986 la International Boxing Hall of Fame di Canastota abbia deciso di schiudergli le porte tra gli immortali della boxe. Quinto italiano di sempre, in ordine cronologico, dopo Nino Benvenuti, Umberto Branchini, Giuseppe Ballarati e Duilio Loi. Ho avuto la fortuna di conoscere tutti e cinque. Ma se c'è qualcuno a cui ero legato da sentimenti di vera, autentica amicizia questi era proprio Rodolfo. Una conoscenza, la nostra, nata negli anni sessanta quando in piena estate “Mister boxe” scelse Sanremo, la “città dei fiori”, per organizzare dopo tanti tricolori il suo primo campionato europeo. Era il 19 agosto 1965. Di fronte, tra i pesi gallo, il campione iberico-marocchino Mimoun Ben Alì, 26 anni, e lo sfidante romano Tommaso Galli, guidato da Gigi Proietti. Ma a rendere davvero indimenticabile quella serata sanremese fu il sottoclou tra il peso massimo inglese Billy Walker e l'argentino Eduardo Corletti, diretto da Umberto Branchini. Una delle tante intuizioni di Rodolfo. All'Eurovisione del campionato d'Europa si aggiunse così la televisione britannica che trasmise in diretta l’evento. Ricordo ancora la sorpresa degli amministratori di Sanremo quando videro arrivare al Teatro Ariston (sì, proprio quello del Festival della Canzone) una cinquantina di "sudditi" britannici in smoking e abito da sera accompagnati dalle rispettive signore. Tutti membri di un noto club londinese, tutti accaniti fan di Walker.

Tempi lontani, lontanissimi, che oggi riaffiorano improvvisamente, destati dalla lieta novella giunta da una cittadina dello Stato di New York.


Alla fine degli anni sessanta, poco dopo il rifiuto opposto da Sanremo alla rivincita tra Monzon e Benvenuti, l’amicizia che mi legava a Rodolfo mi indusse a presentargli Jean Luis Medecin, allora Sindaco di Montecarlo. Era l’alba di una grande stagione di boxe per il Principato. Sfide di altissimo livello capaci di calamitare a bordo ring industriali, attori, politici, principi. Il tutto in una mondanità straordinaria. Sullo sfondo la mano sapiente, l’intuito, la simpatia, la concretezza di Rodolfo. Rapido nel cogliere al volo le situazioni difficili e nel farle volgere al meglio. Organizzare quelle serate era nel suo DNA. Chi se non lui avrebbe potuto supplire in tempi da record all’improvvisa defezione dell'inglese John Conteh, opponendo l’americano Jesse Burnett all'argentino Miguel Angel Cuello in un mondiale dei mediomassimi rivelatosi, alla prova del ring, strepitoso? Chi se non lui avrebbe potuto lavorare gomito a gomito con Bob Arum per allestire il mondiale sanremese tra Marvin Hagler ed il colombiano Fulgencio Obelmejias? Il tutto, poi, alle 5 del mattino per accomodare le esigenze televisive del pubblico americano!


Rodolfo Sabbatini, di capolavori, ne aveva e ne avrebbe realizzati molti altri. Alcuni hanno preso forma grazie a campioni dalla classe cristallina come Bruno Arcari, Carmelo Bossi e Sumbu Kalambay; altri hanno fatto nascere personaggi popolarissimi come Nino La Rocca, croce e delizia della nostra boxe; altri ancora hanno fatto spiccare il volo a fuoriclasse del calibro di Victor Galindez, Danny Lopez, Rodrigo Valdez, Eusebio Pedroza, Vincent Saldivar e Johnny Famechon. Tutti protagonisti inarrivabili ed indimenticabili di una stagione di vera, grande boxe. Come lui, del resto.


Articolo di Sergio Sricchia & Paolo Consiglio

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#2 Chef80

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Inviato 29 ott 2012 - 16:53

Ci sarebbe molto da scrivere su quanto abbia perso il movimento pugilistico italiano con la scomparsa di Mondoboxe. Leggere i vecchi articoli ed anche le vecchie discussioni sul forum é sempre un piacere. Mi ricordo di utenti, oltre a quelli gia citati, come te, Spillo, Mak, Demy, Sricchia, il compianto Griffith, e tantissimi altri. Che spettacolo leggervi, e quante cose mi avete insegnato.
Proprio poco tempo fa pensavo ad un tuo post, non mi ricordo se su questo o un altro forum, dove raccontavi della tua esperienza davanti ad un famoso collaudatore alle prese con la colazione, pagherei oro per rileggerlo!

#3 Erik

Erik

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Inviato 29 ott 2012 - 21:35

Proprio poco tempo fa pensavo ad un tuo post, non mi ricordo se su questo o un altro forum, dove raccontavi della tua esperienza davanti ad un famoso collaudatore alle prese con la colazione, pagherei oro per rileggerlo!


..il mitico 'slovak rambo' Vlado Szabo, se lo ricorderà pure Fabio Tuiach, eravamo a Toscolano...mi ricordo..minkia quante risate
Devo anche dire che nonostante in un paio di giorni si fosse mangiato tutte le provviste del lungolago, Szabo fece un dignitossimo match contro Pianeta...

Eccolo Chef

Quello che ho conosciuto meglio è stato ‘Slovak Rambo’, Vlado Szabo, nonostante la carriera pro disastrosa, è stato un buon dilettante, al ristorante dell’albergo sopra Salò, mi fece vedere con orgoglio una foto sgualcitissima che teneva nel portafoglio in cui lo ritraeva da amateur sul ring con un giovanissimo Wladimir Klitschko, da cui fu sconfitto in maniera onorevole, viaggiava sui 90/95 kili, e da dilettante era riuscito a battere diversi buoni pugili come Kandelaki, Monse e il nostro Francesco Spinelli…poi ovviamente visto la grande quantità di amateur presenti nel suo paese, con il ricambio è uscito dal giro nazionale ed ha piantato con la boxe….
Poi nel 99, con 20 kili in più (ora sono oltre 30) ha cominciato a girovagare per i ring d’Europa a farsi mazzolare….ai tempi (doveva combattere con Pianeta) mi disse che tranne le sconfitte con Hersisia e Samil Sam, dove realmente aveva preso un sacco di botte, tutte le altre prima del limite erano barzellette…mi raccontò che in Spagna stava battendo a suon di legnate un idolo locale, quando al primo colpo preso, l’arbitro lo ha fermato….(!!!!)…fin qui nulla di che, la storia di un pugile con la valigia….
Se però parliamo di tavola, Slovak Rambo, è un numero uno…..

Colazione:
7 brioches con due cappuccini
(dopo le prime cinque, con i vari ripieni, sono rimaste due cornetti vuoti….bene..il primo il buon Vlado l’ha riempito con mezzo kilo di miele e nutella, il secondo con 4 (!!!)
Panetti di burro….)
2 panini (sfilatini), uno con il salame e uno con la coppa
Un piatto di uova sode
Una brocca di spremuta e un paio di bottiglie di acqua minerale
È un cafferino per chiudere….

Pranzo:
4 panini con insaccati (tavolo buffet di antipasto)
Mezzo chilo di sottaceti (cipolline, peperoni e cetrioli)
Una decina di fette di formaggio (ha gradito particolarmente il bagoss..)
2 piatti (più vasche che piatti) di lasagne a cui ha aggiunto il solito carico di burro
Tutti i secondi gestiti (arrosto, bresaola, cotoletta) e tutti i contorni
Poi ancora un piatto di formaggi e uno di insaccati (sempre dal buffet)
Una fetta di dolce per tipo
Caffè e ammazzacaffè……
(ad un certo punto, gli ho passato anche il mio cestino di pane) prima che mi dava un mozzico…
.il tutto concluso con un bel bicchierone di latte macchiato…..Roba che se bevo io alla fine del pranzo il latte…devo correre come Usain Bolt…

Campassi cent’anni un’altra idrovora così mica la vedo..indimenticabile e fonti molto attendibili mi dicono che anche quando è stato a Londra per battersi con Dallas e Olubamiwo si è esibito al meglio della sua fama
(forse è meglio dire fame..)


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#4 Smokin Rose

Smokin Rose

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Inviato 29 ott 2012 - 21:47

Ma, che fine ha fatto il maestro Sricchia ?

"Free Salvador" tessera numero 6

 


#5 Chef80

Chef80

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Inviato 29 ott 2012 - 22:18

Ahahahahahhahahahah grande Erik, sono dieci minuti che rido da solo come uno scemo. :-)
Alcuni di questi ragazzi sono dei veri e propri fenomeni, ho avuto il piacere di intervistare Jorge Ortiz, che tu sicuramente conoscerai, giuro che é un documento fantastico, e lui é un personaggio incredibile!
Purtroppo l'intervista non é mai uscita, ma stao pensando di metterla in rete quanto prima, é veramente fenomenale. Dovrei chiedere il permesso a lui, a Baz ed a Miseria. Ora mi organizzo, vediamo che viene fuori.

Molto belli anche i post del compianto Griffith, una preparazione mostruosa unita ad un'eleganza ed una pacatezza fuori dal comune. A breve vorrei ritirare fuori alcuni vecchi topic con i suoi interventi, veramente notevoli.






#6 Erik

Erik

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Inviato 29 ott 2012 - 22:24

Molto belli anche i post del compianto Griffith, una preparazione mostruosa unita ad un'eleganza ed una pacatezza fuori dal comune. A breve vorrei ritirare fuori alcuni vecchi topic con i suoi interventi, veramente notevoli


Un grande in tutti i sensi, che nostalgia !!!

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#7 angelopicchiatore

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Inviato 30 ott 2012 - 07:46

Mi ricordo di szabo che era enorme!! Aveva un record pessimo ma non era male
Ho visto cose che voi esseri umani non potreste nemmeno immaginare!!!

#8 Erik

Erik

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Inviato 31 ott 2012 - 22:09

Questa è la storia documentatissima di Ike Ibeabuchi, scritta da Marco Zonta, un ragazzo di Roma grande appassionato e grande intenditore, uno dei primi editor nella storia di Mondoboxe.
Molti associano il nome di Ibeabuchi al rimpianto di non averlo potuto vedere al top in una categoria dove avrebbe potuto essere un personaggio, in questo articolo si possono leggere tutte le tappe che hanno portato il colosso nigeriano alla detenzione e all'autodistruzione

Ikemefula Charles Ibeabuchi - talento e follia

Nato ad Okigne Nigeria nel 1973, Ikemefula Charles Ibeabuchi dopo alcuni anni va a vivere con la sua famiglia ad Owerri.
Qui coltiva i suoi studi, terminando il liceo ed ottenendo ottimi risultati in particolare in Inglese, Chimica, Biologia e Fisica. Ike tenta di entrare nell' Accademia della difesa Nigeriana per ricoprirvi il ruolo ingegnere elettronico, ma le difficoltà incontrate per raggiungere lo scopo lo demotivano. Inoltre proprio in quegli anni Mike Tyson perde il titolo mondiale contro James "Buster" Douglas, cosa che fa capire al giovane nigeriano che arrivare sulla vetta del mondo non é una missione impossibile. Ike decide allora cosa fare della sua vita e nonostante l'opposizione della sua famiglia, sentendosi guidato da Dio, crede che nulla possa impedigli di raggiungere il suo scopo. La sua assiduità e serietà negli allenamenti, il suo fisico e le sue doti, lo portano presto a distinguersi nella boxe dilettantistica, ove ottiene ottimi risultati arrivando a rappresentare la Nigeria in competizioni internazionali, nel 1992-1993. Grazie alla madre e ad altri aiuti riesce sempre nel 1993, a trasferirsi a Dallas, Texas, capendo che l'unico modo di realizzare i suoi sogni è quello emigrare negli States. Qui conosce, Curtis Cokes, ex campione del mondo dei welter ed inizia ad allenarsi con lui, fino ad ottenere i Golden Gloves di Dallas e del Texas. Una volta stabilitosi come peso massimo di livello, decide di passare al professionismo, senza cercare la fama olimpica, nel 1994. Così inizia la sua carriera, dove dimostra da subito tutte le sue doti, velocità e potenza, anche se può migliorare molto dal punto di vista tecnico. Sicuramente però i numeri sono buoni, i suoi colpi e la sua capacità di lavorare efficacemente ai fianchi, la buona guardia e la bravura nel capire i suoi avversari, il fisico roccioso e definito. Dal match contro Delgado, messo fuori gioco alla quarta ripresa, con un colpo terribile al fegato, si notano i veri miglioramenti; gli avversari salgono di livello e nonostante si tratti sempre di collaudatori, questa volta sono pugili di esperienza, Marion Wilson, che ha resistito in piedi con gente come Mavrovic, Golota, Johnson, Briggs, Izon, Mercer e Calvin Jones, contro il quale Ibeabuchi dimostra di aver acquisito maggiore mobilità anche sulle gambe e sul tronco. E da qui la vittoria con Marcos Gonzales per poi fare il vero salto di qualità. Il suo match successivo sarebbe stato neanche un mese dopo con David Tua, pugile dal pugno pesantissimo e dalla mascella di granito. Prima del match il Neozelandese si dichiara piuttosto tranquillo e sicuro di vincere, del resto il record di Ibeabuchi non presenta pugili di grosso spessore, mentre David Tua ha battuto avversari come Izon, Maskaev, Wilson e Ruiz (quest’ultimo in soli 19 secondi). e ha disputato 11 match in più, inoltre nessuno conosce bene il pugile di Dallas. Ma quando i due pugili si incontrano sul quadrato le cose sono diverse da come i più se le aspettano. Dopo 2 riprese il Neozelandese , abituato ad attaccare, si vede costretto a dividere il centro del ring con l'avversario, che incassa senza battere ciglio un suo colpo micidiale e al quale reagisce spingendolo verso le corde nella seconda ripresa, portando colpi su colpi, in tutte le direzioni, con serie continue e jab costantemente al lavoro, un ritmo insostenibile. Alla fine della ripresa Tua sembra domandarsi chi gli hanno messo davanti. L'intelligente pugile nigeriano tiene la guardia molto alta, per evitare i noti e devastanti ganci dell'avversario e lo soprende con l'arma che quest'ultimo é abituato ad utilizzare, l'attacco. Dopo quattro riprese tutte per "The President", dove un sorpreso Merchant si chiede se sia possibile arrivare così alla dodicesima, con una media di 90 colpi a ripresa, il pugile di Okigne tira il fiato, per poi tornare negli ultimi rounds e aggiudicarsi il verdetto, restando sempre però presente nell'azione. Un match incredibile, il record per il maggior numero di colpi portati in una sfida tra massimi, due guerrieri che non temono i colpi avversari e replicano in continuazione. Alla fine i giudici, impressionati dalla mole di colpi portati da Ibeabuchi (la più alta di sempre per un massimo), assegnano a lui una vittoria che forse era meno larga di quanto i cartellini avessero effettivamente riportato, ma comunque meritata.
Il grande interesse dei media per il nuovo fenomeno però andò a scontrarsi con una nuova imprevedibile personalità del pugile.
Forse un colpo subito da Ike durante il match o una serie di colpi. Ibeabuchi sostiene di avere del dolore alla testa dopo l’incontro con Tua, ma la visita post match non riscontrò nulla di strano. Qualcosa deve essere successo comunque, perché il suo comportamento diviene quello di un folle, arriva quasi a rompere la gamba di uno dei suoi sparring partner e la testa di un altro, comincia a chiedere somme di denaro impensabili per i suoi incontri futuri, racconta di essere tormentato da demoni che solo lui e sua madre possono vedere, rapisce il figlio di una sua ex fidanzata, lo porta in macchina con se e va a sbattere volontariamente contro una colonna di cemento provocando nel piccolo lesioni perenni. Passa due mesi dietro le sbarre, ma gli viene permesso successivamente di continuare a combattere. Torna sul quadrato allora sconfiggendo con una certa facilità Tim Ray alla prima ripresa ed il giamaicano Everton Davis per ko tecnico alla nona. Qualche mese dopo affronta l’agile e imprendibile Chris Byrd, che si presenta con un record di ventisei vittorie e nessuna sconfitta e con una condizione fuori dal ring, sicuramente molto più tranquilla della sua. Dopo quattro riprese frustranti, ma in vantaggio ai punti, per aver comunque portato quelle rare volte che é riuscito a centrare il bersaglio, i colpi migliori, il pugile nigeriano chiude Byrd sulle corde e inventa un colpo straordinario, una via di mezzo tra un gancio e un montante sinistro, seguito da un gancio destro che completa l’opera che spengono le lampadine al pugile di Flint. Byrd crolla al tappeto, si rialza con la bava che gli esce dalla bocca e gli occhi poco lucidi, viene atterrato una seconda volta, più per la veemenza dell’avanzata di Ibeabuchi e per la fragilità delle sue gambe, che per un colpo in particolare. In qualche modo si alza nuovamente, ma viene centrato da altri colpi e l’arbitro ferma il match. Un’altra prestazione superlativa per “The president”, e quando Merchant lo intervista a fine match dalle risposte sembra di parlare con un pugile lucido, che ha il perfetto controllo della situazione. Purtroppo i fatti dimostrano nuovamente che non è così. Lou Duva racconta che in una cena per proporre ad Ike una sfida con Jeremy Williams ed un milione di dollari per lui, il pugile prese un coltello, lo diresse verso il promoter, chiedendone dieci e sentendosi indignato per quella piccola offerta. E’ sempre più chiaro che non si tratta di azioni ragionate, ma di disturbi mentali. Successivamente Ibeabuchi aggredisce una ballerina di un locale dopo averla portata in una stanza di albergo. La motivazione è folle : vuole pagarla per la prestazione con carta di credito mentre lei chiede contanti. Quando la donna chiama la polizia il pugile si rifugia nella toilette, ma viene indebolito con delle spruzzate di peperoncino, preso ed arrestato. Intanto salta il suo match con Michael Grant. Passa alcuni mesi in carcere, dove aggredisce delle guardie ed un altro prigioniero. Nonostante tutto Bob Arum cerca di tirarlo fuori offrendogli match e denaro e magari la possibilità di combattere nel sottoclou del match tra Barrera e Morales, ma Ike continua a non capire la situazione in cui si trova e chiede più soldi. Come nel caso di Duva anche Arum capisce che non c’è nulla da fare e che il ragazzo è veramente malato, decide quindi di non aver più nulla a che fare con lui. Quando diventa chiaro che il pugile necessita di cure si decide di trasferirlo in una clinica psichiatrica del Nevada. Ike rifiuta di prendere psicofarmaci e non capisce di non essere in grado di intendere di volere. La sua udienza viene rimandata più volte e si cerca di forzarlo a prendere medicine per curarlo. Pare che in un secondo momento inizi ad accettare i farmaci, ma poi si rifiuta nuovamente. Il suo avvocato Richard Wright sostiene che non lo si può forzare perché quei medicinali potrebbero compromettere il suo eventuale avvenire pugilistico, avvenire che purtroppo quasi sicuramente non ci sarà. Nel 2001 viene decisa per lui una pena dai 5 ai 30 anni. Ad oggi il pugile dovrebbe scontare ancora due anni, prima di decidere se è in grado di uscire di prigione o se la sua permanenza dovrà continuare. Ultime voci non ufficiali risalenti agli inizi di aprile dicono che lo si sia visto allenarsi in Nevada, ma per ora il suo futuro è quantomai oscuro e probabilmente anche un suo ipotetico e improbabile ritorno, non sarebbe un bene, ne per lui ne per chi lo circonda.
L'articolo è del 2004 e ahime l'uscita dal carcere di Ike è ancora fantasia

Articolo di Marco Zonta

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#9 brixia68

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Inviato 01 nov 2012 - 10:49

Questo poteva davvero diventare un grande campione

#10 s u g a r

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Inviato 01 nov 2012 - 12:54

Immagine inviata

Modificata da s u g a r, 01 nov 2012 - 12:55.


#11 jacob

jacob

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ma quando dovrebbe finire di scontare la pena?

#12 davide_boxe

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Inviato 01 nov 2012 - 13:25

ma quando dovrebbe finire di scontare la pena?

Anni fa parlavano del 2012, ma siamo quasi alle porte del 2013 e non si è più saputo nulla.

#13 angelopicchiatore

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Inviato 01 nov 2012 - 14:10

Az che storia... Sempre più convinto che riuscire ad incassare certi colpi non faccia bene!!
Ho visto cose che voi esseri umani non potreste nemmeno immaginare!!!

#14 brixia68

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Inviato 01 nov 2012 - 23:25

Per me a ridurrò così e più facile che sia stata la droga

#15 Erik

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Inviato 06 nov 2012 - 21:34

Un altro capolavoro presente in archivio, è la storia di Max Schmeling, l'articolo pubblicato subito dopo la sua scomparsa è una biografia documentata e ben scritta da Paolo Consiglio


L’Ulano Nero

Maximilian Adolph Otto Siegfried Schmeling nacque il 28 settembre 1905 a Klein-Luckow, una piccola cittadina rurale del Brandeburgo a nord di Berlino. Il padre Max, un timoniere, si arruolò nella marina tedesca nel corso della 1^ guerra mondiale; la madre Amanda lavorava come impiegata presso un ufficio postale.
Trasferitosi con la famiglia ad Amburgo, Max si appassionò ben presto all'attività sportiva e in particolar modo all'atletica leggera e al calcio.
L'incontro con il pugilato avvenne sul grande schermo di un cinema di provincia dove il padre lo portò per assistere alla proiezione del match tra Jack Dempsey e Georges Carpentier. Max rimase letteralmente folgorato dalla boxe (che nel suo Paese era stata vietata fino al 1918) e dopo aver acquistato un paio di guantoni di seconda mano iniziò ad allenarsi con grande impegno e costanza.
Nel 1922 ottenne il suo primo impiego presso un'agenzia pubblicitaria di Colonia e, tra una seduta e l’altra al Mühlheim Boxing Club, disputò i suoi primi incontri ufficiali.
Il 2 agosto 1924, dopo essersi classificato al 2° posto ai campionati nazionali del proprio Paese nella categoria dei mediomassimi, fece il suo esordio tra i professionisti sotto la guida di Hugo Abels (un piccolo imprenditore che accettò di fargli da manager) sconfiggendo prima del limite, sul ring di Dusseldorf, Kurt Czapp.
Alto 1,85, con un peso forma di 89 kg, Schmeling non era dotato di tecnica sopraffina né tantomeno di una grande varietà di colpi. A dispetto di una boxe essenziale e poco fantasiosa, il tedesco aveva però nel gancio destro un’arma micidiale che gli consentì di accumulare un discreto numero di vittorie prima del limite e di proiettarsi, il 24 agosto 1926, verso la conquista del titolo nazionale dei pesi mediomassimi (vittoria per ko al 1° round sul connazionale Max Diekmann).

Di lì a un anno, dopo essersi trasferito a Berlino e aver affidato la propria carriera ad un nuovo manager (Arthur Bülow, direttore della rivista “Boxsport”) e ad un nuovo trainer (Max Machon), Max conquistò nella stessa categoria anche il titolo europeo sconfiggendo per ko al 14° round, sul ring di Dortmund, il belga Fernand Delarge.

La popolarità derivatagli dai successi ottenuti sul ring (tra i tanti, un knockout al 1° round su Michele Bonaglia, all’epoca campione italiano dei mediomassimi) fece di Max un abituale frequentatore dei salotti bene della Repubblica di Weimar e gli permise di stringere amicizia con molti esponenti della cultura e dello spettacolo che di lì a poco sarebbero stati perseguitati dal nazismo o costretti ad emigrare all’estero (“Mi dissi: sei un uomo di origini umili, ciò che non hai imparato a scuola lo imparerai adesso. Approfittane”, spiegò nel 1977 nella sua autobiografia). Tra i tanti, il regista Ernst Lubitsch, l’attrice Marlene Dietrich, lo scrittore Bertolt Brecht, lo scultore Rudolph Belling, il pittore Geroge Grosz ed il compositore Kurt Weill.
Desideroso di raggiungere traguardi ben più importanti rispetto al titolo europeo, consapevole che Arthur Bülow non aveva conoscenze adeguate per farlo approdare sui ring d’oltreoceano, il pugile tedesco, anche grazie all’intermediazione del francese Andre Routis (all’epoca campione del mondo dei pesi piuma), decise di affidarsi all’estroso Joe Jacobs, un ebreo ortodosso di origini ungheresi che coniò per lui un bizzarro soprannome che lo accompagnò per il resto della carriera: “The Black Uhlan of the Rhine” (“l’Ulano Nero”).

Una scelta importante se si considera che a quei tempi Schmeling era noto negli Stati Uniti più per la straordinaria somiglianza con Jack Dempsey che non per il suo talento pugilistico (del resto, a fronte di 37 vittorie, nel suo record si contavano già 3 pareggi e 4 sconfitte, di cui ben 3 prima del limite).
Grazie all’abile direzione di Jacobs e alle convincenti vittorie ottenute a New York sull’ostico Johnny Risko (TKO9) e sul basco Paulino Uzcudun (W15), Max si guadagnò ben presto il rispetto degli addetti ai lavori americani al punto da essere designato, insieme a Jack Sharkey, quale co-sfidante al titolo mondiale dei massimi lasciato vacante da Gene Tunney.

L’incontro, fissato il 12 giugno 1930 allo Yankee Stadium di New York, ebbe una conclusione molto controversa.
Dopo aver perso piuttosto chiaramente le prime tre riprese, nel corso della 4^ Schmeling venne raggiunto da un gancio sinistro di Sharkey sotto la cintura e si accasciò al tappeto. “Mi sentii come paralizzato”, spiegò più tardi.
Jacobs entrò immediatamente sul ring protestando con l’arbitro Jim Crowley il quale esitò a prendere una decisione fino a quando, su indicazione del giudice Harold Barnes (influenzato, secondo qualcuno, da un autorevole giornalista dell’epoca, Arthur Brisbane), si decise a squalificare Sharkey tra le proteste generali dei 79.222 spettatori presenti.
Per la prima volta un pugile tedesco veniva proclamato campione del mondo e per giunta, caso unico nella storia del campionato del mondo dei pesi massimi, con un verdetto di squalifica.
Per Max era arrivato il mondiale ma non certo la gloria: “Non posso accettare il titolo, non ha senso diventare campione in questo modo”, disse subito dopo il match al proprio trainer negli spogliatoi.
La stessa Commissione pugilistica dello Stato di New York riconobbe il risultato ma impose al tedesco di concedere immediatamente una rivincita a Sharkey. Quando Joe Jacobs oppose un netto rifiuto, irritata, attribuì a Sharkey l’insignificante qualifica di “difensore del campionato”.

Praticamente bandito dallo Stato di New York, Schmeling decise allora di effettuare la 1^ difesa del titolo a Cleveland (Ohio) al cospetto di Young Stribling, un formidabile picchiatore che in precedenza aveva sfiorato la conquista del titolo mondiale dei mediomassimi con Mike Mc Tigue e Paul Berlenbach.
L’incontro (un autentico disastro dal punto di vista finanziario) venne fermato dall’arbitro George Blake al 15° round dopo che un corto gancio destro di Schmeling fece crollare Stribling al tappeto.

Dopo aver sposato in Germania la bella Anny Ondra, una polacca di origini cecoslovacche conosciuta sul set di un film, il 21 giugno 1932, a distanza di due anni e nove giorni dalla conquista del titolo, Max concesse finalmente la rivincita a Jack Sharkey sul ring del Madison Square Bowl di Long Island.
Al match assistette anche l’allora governatore dello Stato di New York, Franklin D. Roosevelt, che poco prima dell’incontro disse a Schmeling in tedesco: “Faccio il tifo per lei”. Una fine mossa politica che nelle intenzioni del futuro Presidente degli Stati Uniti avrebbe potuto giovare alla sua campagna elettorale (Sharkey era di origini lituane e in America erano molto più numerosi gli elettori di origini tedesche).

Malgrado il sostegno di Roosevelt, Schmeling non riuscì ad evitare una controversa ed immeritata sconfitta ai punti al termine di 15 noiose riprese. “We wuz robbed” (“Siamo stati derubati”) fu il commento molto esplicito di Joe Jacobs alla fine dell’incontro. Dello stesso parere furono, tra gli altri, l’ex campione Gene Tunney ed il sindaco di New York Jimmy Walker, che dichiarò ad un’emittente tedesca: “il verdetto di Long Island è stato il più vergognoso a cui abbia mai assistito”.
Ma per molti americani giustizia era stata fatta. L’usurpatore tedesco che due anni prima aveva beneficiato di un verdetto di squalifica per portare con sé il titolo in Europa era stato deposto. “E’ giusto così, ammesso che ci sia qualcosa di giusto in questo sport” fu infatti il commento tutt’altro che imparziale del più noto giornalista sportivo americano dell’epoca, Grantland Rice.

Il 26 settembre 1932, tre mesi dopo aver perso la corona da Sharkey, Max si ritrovò di fronte il leggendario Mickey Walker. Indietro sul cartellino dei tre giudici (nonostante un atterramento inflitto all’avversario nelle battute iniziali), nell’8^ ripresa Schmeling inflisse all’ex campione del mondo dei pesi medi un’autentica punizione.
Nella sua autobiografia Walker la ricorda così: “Salii sul ring con un peso di 174 libbre, il più alto della mia carriera. Nelle ultime tre settimane (a causa di una ferita sopra l’occhio sinistro rimediata mentre cercava di saltare una staccionata in allenamento, n.d.r.) avevo messo su la bellezza di 16 libbre. Con questo non voglio togliere nulla a Schmeling che mi avrebbe sicuramente battuto anche se fossi stato nel pieno delle mie energie. Nel 1° round mi raggiunse con un gancio destro che mi chiuse l’occhio sinistro. Nella 5^ ripresa mi rifeci con un terrificante gancio sinistro che quasi piegò in due Max. Poi venne l’ottava ripresa, un incubo. Fu la sconfitta più dura della mia carriera. Dopo avermi inflitto ben 3 kd, Max fece segno all’arbitro Jack Denny di interrompere l’incontro ma questi non ne volle sapere. Al termine del round, il viso gonfio, gli occhi ridotti a due sottili fessure, il mio corpo era come paralizzato. Doc (Kearns, il manager n.d.r.) mi aiutò ad arrivare all’angolo e decise saggiamente di non farmi proseguire l’incontro”.
Ancora più efficace il commento del giornalista Paul Gallico apparso il giorno seguente sul New York Daily News: “Nel caso vi siate persi l’8° ed ultimo round del match di Long Island di ieri sera fate un salto al mattatoio sulla 1^ strada e date uno sguardo mentre ammazzano un piccolo bue disperato”.

Nove mesi dopo, allo Yankee Stadium di New York, Schmeling subì una pesante sconfitta prima del limite per mano di Max Baer nella semifinale al titolo mondiale dei pesi massimi che nel frattempo era stato conquistato da Primo Carnera. Seguì una nuova battuta d’arresto, questa volta ai punti, contro lo statunitense Steve Hamas e per Max era già tempo di mettere nel cassetto i sogni di gloria e far rientro in Germania.

Dopo aver pareggiato nella rivincita con Paulino Uzcudun disputatasi a Barcellona (l’arbitro del match, Juan Casanovas, era il presidente della federazione pugilistica spagnola) ed aver superato prima del limite il connazionale Walter Neusel (al match assistettero ben 102.00 spettatori), Schmeling si prese una sonora rivincita su Steve Hamas sconfiggendolo per ko al 9° round sul ring di Amburgo.
Al termine dell’incontro il suo manager, Joe Jacobs, fu immortalato dalla stampa mentre cantava l’inno tedesco con il braccio teso ed il sigaro in mano. Un gesto che non venne affatto digerito dai nazionalsocialisti i quali, malgrado l’enorma popolarità di Schmeling ed il favore di cui godeva presso Hitler (con il quale aveva una linea diretta tramite il suo fotografo personale Heinrich Hoffman), esercitarono pesanti pressioni sul pugile tedesco affinchè si separasse dalla moglie cecoslovacca Anny Ondra e dallo stesso Jacobs.

Per nulla intenzionato ad assecondare le pretese del regime, Max cercò di chiarire la propria posizione in un colloquio privato con il Fuhrer, il quale, irritato dal suo atteggiamento poco “collaborativo”, lo trattò con estrema freddezza, preferendo rivolgere a malapena qualche parola alla moglie.

Ma all'epoca le incomprensioni con Hitler non erano le uniche a tenere impegnata la mente di Schmeling. Nel 1936 Max si apprestava infatti a varcare nuovamente l’oceano per affrontare un fenomenale peso massimo di colore che dopo 27 vittorie da professionista (le ultime 10 prima del limite contro avversari di prestigio come Max Baer e Primo Carnera) sembrava pienamente lanciato verso la conquista del titolo mondiale: Joe Louis.
Alla vigilia dell’incontro con Joe Louis, fissato il 19 giugno 1936 allo Yankee Stadium di New York, nessuno era disposto a concedere a Schmeling una sola chance di successo. Non certo i bookmaker, che davano favorito l’americano 10 a 1, nè tantomeno il Ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels che aveva ordinato a tutti i quotidiani tedeschi di non pubblicare il resoconto del match.
Lo stesso Hitler, secondo quanto riferito più tardi dal giornalista sportivo Gerd Reimann, “era molto risentito del fatto che Schmeling avesse deciso di affrontare un negro”.
Nessuno, dicevamo, tranne Schmeling il quale, dopo aver studiato attentamente i filmati dell’avversario (soprattutto il match contro il basco Paolino Uzcudun cui assistette da bordo ring), era convinto di averne individuato il punto debole: dopo aver portato il jab, Louis aveva la tendenza a tenere basso il braccio sinistro esponendosi così al gancio destro, l'arma migliore di Schmeling.
Un difetto che non passò inosservato neppure agli occhi del grande Jack Johnson che in un colloquio privato con lo storico Nat Fleischer predisse la vittoria prima del limite del tedesco.

Peraltro, come ampiamente testimoniato nelle numerose biografie che narrano della sua vita, Louis commise il grave errore di sottovalutare Schmeling preferendosi concentrare maggiormente sul suo hobby preferito, il golf, e sul cinema (recitò ad Hollywood in un film intitolato “Spirit of Youth”).
Sul ring, tra l’incredulità generale, Max eseguì alla perfezione il suo piano. Nel 4° round mandò al tappeto Louis che da quel momento in avanti apparve l’ombra del formidabile picchiatore ammirato negli incontri precedenti (lo stesso Joe confessò ai giornalisti di non ricordare nulla del match dal momento del 1° knockdown).
Nel 12° round l’epilogo: sotto un’incessante serie al volto del tedesco culminata con un gancio destro a bersaglio immobile, Louis crollò definitivamente al tappeto dove rimase ben oltre il conteggio dell’arbitro Arthur Donovan.
Il clamoroso risultato della sfida suscitò opposte reazioni: alla soddisfazione di Hitler che ordinò l’immediata diffusione su scala nazionale delle immagini del match fece da contraltare il disappunto della stampa americana (“Un idolo è caduto” scrisse il New York Post) e, soprattutto, la delusione di un intero quartiere di New York, Harlem, che aveva elevato Louis a proprio idolo ed a simbolo del proprio riscatto.

Max fece ritorno in patria a bordo dell’avveniristico dirigibile Hindenburg e, dopo essere stato accolto in pompa magna all’aeroporto di Francoforte, venne immediatamente convocato presso la Cancelleria del Reich a Berlino per incontrare Hitler e gli altri membri dell’alto comando nazista.
In realtà, contrariamente a quanto voleva far credere la propaganda politica dell’epoca, il pugile tedesco non era affatto un estimatore del nazismo e della sua ideologia tant’è che, in varie occasioni, utilizzò la sua popolarità e la sua posizione influente per aiutare molti suoi connazionali ebrei (tra i tanti, la moglie dello scultore austriaco Joseph Torak che qualche anno prima gli aveva dedicato un bronzo).
Addirittura, pur di non essere fregiato della massima onorificenza nazista, il pugnale d’onore delle SA (le truppe d’assalto che avevano sostenuto l’ascesa dei nazionalsocialisti e che vennero poi messe in ombra dalle SS), ricordò ad Hitler di aver ottenuto i suoi principali successi negli Stati Uniti dove non voleva alienarsi le simpatie della stampa e del pubblico. Perfino in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936 (agli occhi di Hitler una straordinaria occasione di propaganda per il regime) ottenne la promessa dal Fuhrer che nessuno avrebbe attentato all’incolumità degli atleti americani.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’oceano, i manager di Joe Louis, John Roxborough e Julian Black, avevano deciso di affidare la carriera del proprio pupillo all'abile promoter newyorkese Mike Jacobs il quale, nell’intento di spezzare in modo definitivo il monopolio del Madison Square Garden sulla boxe e, in particolare, il controllo del promoter Jimmy Johnston sul titolo mondiale dei massimi, aveva da poco fondato il “Twentieth Century Sporting Club” grazie all’appoggio della potente famiglia Hearst.
Fu così che, nonostante la sconfitta patita contro Schmeling e la ferma opposizione di Johnston (arresosi soltanto davanti a una sentenza della Suprema Corte non si sa fino a che punto influenzata dall’ostilità verso il nazismo), Louis arrivò prima del tedesco alla sfida per il titolo mondiale, poi puntualmente conquistato, a spese di James J. Braddock, sul ring di Chicago, il 22 giugno 1937.

Sulla legittimità del titolo conquistato dall’americano aleggiava però l’ombra della dura battuta d’arresto subita l’anno precedente contro Schmeling e forse, anche per questo, l’attesa rivincita non tardò a venire: nella primavera del 1938, proprio mentre le truppe tedesche marciavano sull’Austria, vennero messi a punto gli ultimi dettagli. L’incontro venne fissato il 22 giugno allo Yankee Stadium di New York.

Poco prima di varcare l’Atlantico a bordo del transatlantico tedesco “Bremen”, Max ebbe un colloquio privato con Hitler il quale, come riferito dallo storico del nazismo David Bathrick in un documentario (“The Fight”) di recente produzione, gli fece questa raccomandazione: “Quando ti recherai negli Stati Uniti sarai intervistato da molta gente convinta che la Germania stia attraversando un periodo molto buio. Dovrai dire a queste persone che le loro idee sono completamente sbagliate”.
Schmeling non fece una piega: dopo il suo arrivo a New York convocò immediatamente una conferenza stampa in cui dichiarò pubblicamente che la situazione in Germania era assolutamente tranquilla e che erano del tutto infondate le notizie circolate in America secondo cui gli ebrei venivano perseguitati dal nazismo.

Il significato politico dell’incontro apparve a Louis in tutta la sua evidenza allorquando il Presidente americano Franklin D. Roosevelt (fino a pochi mesi prima grande sostenitore di Schmeling con cui aveva anche intrattenuto una corrispondenza epistolare) gli fece personalmente gli auguri: “questi sono i muscoli di cui abbiamo bisogno per sconfiggere il nazismo”.
Un’avversione, quella contro la Germania, che Schmeling avvertì invece in prima persona solo al momento di salire sul ring: “in America ero molto amato ed avevo tanti amici. Ma purtroppo all’epoca ciò che contava è che io fossi tedesco. Mentre mi dirigevo dagli spogliatoi verso il ring fui apostrofato con appellativi offensivi, la folla mi gettò addosso di tutto: cartacce, sigarette, frutta, verdura. Ne rimasi disgustato”, spiegò molti anni dopo.

Senza il manager Joe Jacobs all’angolo (una bravata di Tony “Two Ton” Galento, che si era fatto fotografare con un barile di birra sul ring, gli era costata una squalifica da parte della Commissione dello Stato di New York), Schmeling era solo con se stesso. L’incontro non ebbe storia: in appena 124 secondi, senza praticamente aver scagliato un solo colpo, il tedesco venne letteralmente travolto dalla furia di un Joe Louis tirato a lucido dopo settimane di duri allenamenti nel suo centro di Pompton Lakes.

Mentre in Germania veniva interrotto il collegamento via radio con lo Yankee Stadium, in America iniziarono i festeggiamenti. Il giorno successivo il quotidiano “New York Daily News” scrisse: “Harlem non è mai stata così felice come la scorsa notte. Prendete dodici Natali, uniteci un po’ di Capodanni, metteteli insieme a dieci feste per il 4 Luglio ed avrete solo un’idea di ciò che è successo ad Harlem la scorsa notte”.
Nel frattempo sulla stampa tedesca la propaganda nazista insinuò il dubbio che Louis avesse vinto grazie ad una plateale irregolarità, un colpo scagliato ai reni di Schmeling mentre questi era semigirato verso le corde.
Per avvalorare questa tesi l’ambasciatore tedesco negli Stati Uniti andò in visita all’ospedale dove Max era stato ricoverato con due costole rotte (la moglie, rimasta in Germania, aveva ricevuto nel frattempo un mazzo di fiori da Goebbels ed un messaggio di conforto da Hitler) per convincerlo a dichiarare pubblicamente di essere stato battuto in modo sleale. Schmeling oppose un secco diniego.
Per lui era la fine: dopo due settimane di convalescenza fece ritorno in Germania in nave. Ma stavolta ad accoglierlo non c’erano fanfare e parate trionfali: “da allora per Hitler e Goebbels io non esistetti più, il mio nome scomparve completamente dai giornali. Col senno di poi credo però che quella sconfitta abbia avuto molti lati positivi. Se avessi battuto di nuovo Louis sarei diventato per sempre il simbolo della razza ariana e del terzo Reich”, dichiarò nella sua autobiografia.

La notte del 9 novembre 1938, passata tristemente alla storia per le efferatezze perpetrate in Germania contro le proprietà degli ebrei (“Kristallnacht” ovvero la “notte dei cristalli”), Max si rese protagonista di un gesto nobile venuto alla luce soltanto nel 1989 quando un imprenditore americano di origine ebrea, Henry Lewin, raccontò alla stampa come il pugile avesse salvato la vita a lui ed al fratello Warner tenendoli nascosti in una camera dell’Hotel Excelsior di Berlino.

Di lì a poco, sebbene avesse da tempo superato l’età del reclutamento obbligatorio, Max venne arruolato in un reggimento di paracadutisti dell’esercito nazista. Riuscì a far rientro in patria soltanto nel 1941 dopo una ferita riportata nel corso della battaglia di Creta che la stampa nazista cercò di addebitare alle presunte atrocità perpetrate dall’esercito britannico (si trattò in realtà di una grave forma di diarrea, come il pugile stesso ebbe ad ammettere molti anni più tardi).
Dopo la fine della 2^ guerra mondiale una situazione economica tutt’altro che rosea lo convinse ad effettuare un malinconico rientro sul ring concluso con un parziale di due sconfitte su cinque match disputati. Nel 1948, all’età di 43 anni, Max si ritirò definitivamente dall’attività agonistica con un record di 56 vittorie (39 prima del limite), 10 sconfitte e 4 pareggi.

La via di uscita dal tunnel degli stenti si presentò nel 1957 grazie all’aiuto di Jim Farley, ex capo della Commissione Atletica dello Stato di New York (nonché responsabile delle campagne elettorali di Roosevelt), diventato nel frattempo presidente della Coca Cola International. Farley chiese a Schmeling di diventare il portavoce dell’azienda in Germania e di aiutarlo a lanciare il prodotto sul mercato tedesco. Dopo qualche anno, grazie ai pochi guadagni che gli erano rimasti, Max acquistò i diritti per importare in esclusiva la bevanda in Germania. Fu la svolta. In pochi anni accumulò una fortuna che gli permise di realizzare una fondazione caritatevole a vantaggio dei più bisognosi. “Non voglio essere ricordato come un buon atleta se poi di me si dirà che non valevo nulla come essere umano. Non potrei sopportarlo”, amava dire Max.

Tra le tante persone che beneficiarono del suo supporto finanziario, è triste ricordarlo, figura proprio Joe Louis, che dopo essere finito nella morsa del fisco americano cadde ben presto in disgrazia anche dal punto di vista fisico, diventando preda della cocaina.
I due si rividero per la prima volta nel 1954, a Chicago, in occasione di un viaggio che Max fece negli Stati Uniti per arbitrare un match a Milwaukee (il tedesco colse anche l’occasione per far visita alla tomba del manager Joe Jacobs, morto d’infarto nel 1939).
Quel giorno segnò la nascita di un’amicizia molto speciale: “volevo chiarire la situazione, spiegargli che non nutrivo alcun rancore nei suoi confronti e che ero dispiaciuto che avesse creduto a quelle storie. Lui mi abbracciò. Scoppiammo a piangere entrambi. Da allora siamo diventato amici intimi”, raccontò molti anni dopo il tedesco.
Nel 1960 i due ex avversari presero parte anche ad una puntata dello show televisivo “This Is Your Life”. Il loro legame si sarebbe mantenuto saldo fino al giorno della morte di Louis tant’è che nel 1981, in occasione dei funerali di quest'ultimo svoltisi al Caesar’s Palace di Las Vegas, Schmeling fece recapitare alla vedova, tramite Henry Lewin, un vaglia postale.

Ma Schmeling non rimase legato soltanto a Louis. Nel giugno 2003, in occasione delle celebrazioni per il 70° anniversario della conquista del titolo mondiale di Primo Carnera (con il quale era stato sul punto di combattere in almeno due occasioni), inviò una lettera autografata alla famiglia del gigante di Sequals.

Eletto nella International Boxing Hall of Fame nel 1992, Max trascorse gli ultimi anni della sua vita nella casa di Hollenstedt (la moglie Anny Ondra lo lasciò nel 1987). Al momento della morte, avvenuta mercoledì 2 febbraio, era il più anziano ex campione del mondo di pugilato in vita (un primato che secondo gli storici spetta oggi all’89enne Al Hostak, campione del mondo dei pesi medi alla fine degli anni 30).

Il presidente tedesco Horst Koehler, dopo aver appreso la triste notizia, lo ha ricordato come “un grande esempio di sportività e di umanità”. Michael Schumacher lo ha definito “un uomo di fermi principi morali”. Il campione del mondo dei pesi massimi Vitali Klitschko lo ha invece descritto come “un amico e un mentore capace di rallegrarmi e di sostenermi sia nelle vittorie che nelle sconfitte”.

Noi preferiamo ricordarlo con le parole di Muhammad Ali, riferite all’agenzia Dpa tramite l'ex manager Gene Kilroy: “Max Schmeling era un uomo di classe ed aveva molto rispetto per Joe Louis sia sul ring che fuori. Sono sicuro che ora, in cielo, Max e Joe staranno parlando dei loro leggendari combattimenti”.

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November, 1942

 

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#16 angelopicchiatore

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Inviato 07 nov 2012 - 17:46

Grazie bellissimo!
Ho visto cose che voi esseri umani non potreste nemmeno immaginare!!!

#17 Mark

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Inviato 07 nov 2012 - 18:40

veramente interessante!!!

#18 Erik

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Inviato 08 nov 2012 - 21:31

Ultimamente è stato evocato......Bert Randolph Sugar
Già direttore di "Boxing Illustrated", "The Ring" e "Fight Game", un mensile da lui stesso fondato, ha al suo attivo oltre 80 pubblicazioni, tra le quali "Sting Like a Bee", "Inside Boxing" e "Bert Sugar on Boxing". Grazie alla sua personalità eccentrica, si è procurato anche dei ruoli secondari in film quali "Night and the City" e "The Great White Hype". Nel 1990 è stato insignito del prestigioso "Nat Fleischer Award for Excellence in Boxing Journalism" da parte dell’associazione degli scrittori di pugilato americani e lo scorso anno ha fatto il suo ingresso nella International Boxing Hall of Fame di Canastota.


tratta dal suo libro "The Greatest Fighters of All Time" (upgrade del 2004) in cui è presente la sua famosa classifica
dei 100 più grandi pugili di tutti i tempi.

1. Ray Robinson
2. Henry Armstrong
3. Willie Pep
4. Joe Louis
5. Harry Greb
6. Benny Leonard
7. Muhammad Ali
8. Roberto Duran
9. Jack Dempsey
10.Jack Johnson
11.Mickey Walker
12.Tony Canzoneri
13.Gene Tunney
14.Rocky Marciano
15.Joe Gans
16.Sam Langford
17.Julio Cesar Chavez
18.Jimmy Wilde
19.Stanley Ketchel
20.Barney Ross
21.Jimmy McLarnin
22.Archie Moore
23.Marcel Cerdan
24.Ezzard Charles
25.Sugar Ray Leonard
26.Joe Walcott
27.Jake LaMotta
28.Eder Jofre
29.Emile Griffith
30.Terry McGovern
31.George Foreman
32.Johnny Dundee
33.Jose Napoles
34.Pasqual Perez
35.Billy Conn
36.Ruben Olivares
37.Joe Frazier
38.Tommy Loughran
39.Sandy Saddler
40.Kid McCoy
41.Abe Attell
42.Evander Holyfield
43.George Dixon
44.Maxie Rosenbloom
45.Larry Holmes
46.Ted Kid Lewis
47.Marvin Hagler
48.Pernell Whitaker
49.Carlos Zarate
50.Thomas Hearns
51.Battling Nelson
52.Beau Jack
53.Ricardo Lopez
54.John L. Sullivan
55.Carlos Monzon
56.Alexis Arguello
57.Carmen Basilio
58.Pete Herman
59.Charley Burley
60.Ike Williams
61.Kid Gavilan
62.Jack Britton
63.Dick Tiger
64.Pancho Villa
65.Panama Al Brown
66.Bob Fitzsimmons
67.Philadelphia Jack O'Brien
68.Tiger Flowers
69.James J. Corbett
70.Tony Zale
71.Tommy Ryan
72.Georges Carpantier
73.Sonny Liston
74.Kid McCoy
75.Bob Foster
76.Freddie Welsh
77.Joe Jeanette
78.Jim Driscoll
79.Jersey Joe Walcott
80.Peter Jackson
81.Ad Wolgast
82.Nonpareil Jack Dempsey
83.Manuel Ortiz
84.James J. Jeffries
85.Salvador Sanchez
86.Jimmy Barry
87.Carlos Ortiz
88.Roy Jones Jr.
89.Wilfredo Gomez
90.Aaron Pryor
91.Bernard Hopkins
92.Mike Gibbons
93.Jack Delaney
94.Johnny Kilbane
95.Willie Ritchie
96.Wilfred Benitez
97.Packy MacFarland
98.Rocky Graziano
99.Lew Jenkins
100.Mike Tyson

articolo apparso come recensione del 'restyle del libro originale' (1984)
a cura di Paolo Consiglio

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November, 1942

 

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#19 Salvador

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Inviato 08 nov 2012 - 21:55

Fai bene a ricordarlo, è stato uno degli storici più autorevoli della nostra epoca.

#20 angelopicchiatore

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Inviato 08 nov 2012 - 22:05

Se griffith è 29esimo poteva entrar i anche il nostro Nino in classifica avendolo battuto. Tyson centesimo e Roy jones parecchio indietro.. ste classifiche non mettono mai tutti d'accordo!!
Ho visto cose che voi esseri umani non potreste nemmeno immaginare!!!

#21 robert

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Inviato 08 nov 2012 - 22:09

Che bello l'articolo di Consiglio, Paolo l'ho conosciuto a Roma con lo Zio Erik, è veramente un bravo ragazzo, tra l'altro espertissimo di boxe e simpaticissimo!!!
Immagine inviata Immagine inviata
"È la ripetizione delle affermazioni che ti porta a crederci. E quella credenza si trasforma poi in una convinzione profonda, e le cose cominciano ad accadere"
(Muhammad Ali)

"Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto "in trasferta".
(Indro Montanelli)

« Quei due piuttosto che averli alle spalle è meglio averli di fronte, in posizione orizzontale... possibilmente freddi. »
("El Indio" a "Groggy", rivolto ai due cacciatori di taglie)
Gian Maria Volontè!

#22 Salvador

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Inviato 09 nov 2012 - 15:11

Griffith è stato uno dei pesi welter più grandi di sempre ed è diventato campione anche dei medi: merita una posizione di molto superiore a quella di Benvenuti. Noi italiani dovremmo piuttosto stupirci dell'assenza di Loi ed Arcari.

#23 ALOA

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Inviato 09 nov 2012 - 15:54

Griffith è stato uno dei pesi welter più grandi di sempre ed è diventato campione anche dei medi: merita una posizione di molto superiore a quella di Benvenuti. Noi italiani dovremmo piuttosto stupirci dell'assenza di Loi ed Arcari.

soprattutto Arcari, è una mancanza strana

#24 gianca

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Inviato 09 nov 2012 - 16:01

Sugra era un "passatista", un pò come me. Per questo mette tyson e Jones così in basso.

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto (...) Ma o cuore, cuore, cuore,O stillanti gocce rosse. Dove sul ponte giace il mio Capitano.Caduto freddo e morto. O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i cupidi volti.(...) Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate(...);La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,Esultino le sponde e suonino le campane!Ma io con passo dolorante passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto. (W. Withman)  :birgsal:

 

 

 

 


#25 Salvador

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Inviato 09 nov 2012 - 16:07

L'assenza di Loi è ancora più grave.

#26 Erik

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Inviato 09 nov 2012 - 17:58

L'assenza di Loi è ancora più grave.


Straconcordo !!!

leggendo la lista anni fa è la prima cosa che pensai riguardo ovviamente i nostri fighters !!

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November, 1942

 

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#27 Erik

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Inviato 13 nov 2012 - 21:55

BATTLING SIKI

Spesso nella boxe sono stati protagonisti pugili 'maledetti', grandi campioni che hanno condotto, all’apice del loro successo, una vita sregolata: da Jack Johnson a Stanley Ketchel, da Harry Greb a Charles “Kid” McCoy, da Carlos Monzon a Victor Galindez, da Sonny Liston a Mike Tyson, la lista è davvero lunghissima. Fuoriclasse osannati e al tempo stesso maledetti la cui esistenza è finita quasi sempre in tragedia, complice la loro impareggiabile capacità di cacciarsi nei guai.
In fatto di eccessi, nessuno, però, ha raggiunto i livelli di un pugile senegalese del secolo scorso, le cui scorribande fuori dal ring hanno attraversato ben tre continenti, oscurando completamente le imprese pugilistiche che il talento di madre natura, e solo quello, gli permetteva di ottenere. Ad 80 anni dalla sua prematura scomparsa, ripercorriamo vita e carriera di Battling Siki, il primo campione del mondo africano nella storia della boxe.

Battling Siki, al secolo Baye Phal, nacque il 16 settembre 1897 nel porto di Saint-Louis, capitale del Senegal, all’epoca colonia francese. Il padre, un mercante senza scrupoli, lo vendette in tenera età ad Elaine Grosse, una facoltosa cantante tedesca che dopo averlo assunto come domestico di fiducia lo portò con sé in Francia, tramutando il suo nome in Louis Phal. Ben presto, però, le strade dei due si separarono: la donna decise di trasferirsi in Germania e non potendo ottenere il consenso scritto dei genitori di Siki per fargli attraversare il confine lo abbandonò a Marsiglia con una dote di mille franchi. Costretto a lavorare come lavapiatti in vari hotel e bar della città, il giovane senegalese entrò in un orfanotrofio, La Francais Bienfassance, intraprendendo di lì a poco la via della boxe sotto la guida del manager Paul Latil, che inizialmente, vista la sua giovane età, lo utilizzò come sparring partner per i pugili più quotati della sua scuderia.
Nel 1912, a soli 15 anni, senza neppure un incontro dilettantistico alle spalle, Siki debuttò al professionismo con il “nom de guerre” che lo avrebbe accompagnato per il resto della carriera: Battling, a sottolineare il suo spirito di combattente, e Siki, in omaggio ad un prestigioso titolo nobiliare del Senegal.
Malgrado le ristrettezze economiche, manifestò da subito una notevole predilezione per l’alcool e la bella vita, circostanza, questa, che contribuì al suo inizio di carriera tutt’altro che brillante: 8 vittorie, 6 sconfitte e 2 pareggi. Diversi manager - prima Honore Bruyere, quindi Gedeon Gastaud ed infine M.LaPart – delusi dalle sue prestazioni, decisero così di svendere il contratto con il quale lo avevano preso sotto la propria sfera d’influenza.
Nel 1914, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, si arruolò volontariamente nella fanteria coloniale francese dove venne insignito della “Croce di Guerra” (la massima onorificenza che potesse essere concessa ad un soldato d’oltralpe), per aver catturato nove soldati tedeschi ed averli giustiziati con una granata dopo averli accuratamente condotti in un cratere. Promosso al grado di caporale, trovò il modo di rovinare immediatamente la sua reputazione tornando in ritardo da una notte di bagordi dopo un permesso premio che gli era stato concesso. Congedatosi nel 1919, riprese la via della boxe dopo oltre cinque anni di inattività.
Alto 177 cm, dotato di straordinario temperamento ed aggressività, Siki aveva grande potenza e notevole continuità d’azione ma era totalmente incurante della fase difensiva, un limite, quest’ultimo, che lo avrebbe esposto nella parte finale della carriera a durissime punizioni. Ormai fisicamente maturo, tra il 1920 ed il 1922, inanellò 42 vittorie, 1 sconfitta ai punti con tale Tom Berry (da lui battuto il mese prima) ed 1 solo pareggio, misurandosi spesso e volentieri con avversari molto più pesanti di lui: tra gli altri, il campione italiano dei massimi Giuseppe Spalla, fratello maggiore del più famoso Erminio, gli olandesi Bertus Ahaus ed Herman Sjouwerman, il campione tedesco Hans Breitenstrater e l’ex campione britannico dei mediomassimi Harry Reeve con il quale si misurò quattro volte, ottenendo tre successi ed un pari.
Attivissimo in Germania, Belgio, Olanda ed Algeria, Siki divenne una vedette anche sulla piazza parigina, ottenendo la possibilità di sfidare il campione del mondo dei mediomassimi Georges Carpentier, autentico eroe nazionale che, al pari del senegalese, aveva preso parte alla “Grande Guerra” come aviatore. Era da ben sette anni che un pugile di colore non riceveva una simile opportunità.
Nel frattempo, però, la sua indole selvaggia stava prendendo, fuori dal ring, una china assai preoccupante. Assiduo consumatore di alcolici, instancabile playboy, Siki girava in pieno giorno per i Campi Elisi e nei pressi di Montmarte con indosso uno smoking ed al seguito, a seconda dei casi, un pappagallo, una scimmia e perfino un leone cucciolo al guinzaglio. Per far giocare “a comando” i suoi due cani danesi, arrivò perfino ad armarsi di pistola ed a sparare colpi in aria. Alla gendarmeria francese che, allarmata, gli chiedeva spiegazioni sul suo comportamento, rispondeva puntualmente: “Io Siki, io diverso”. I cronisti dell’epoca assicurano che neppure Harry Greb potesse reggere il confronto con il “Singular Senegalese” in fatto di sregolatezze.
L’astuto manager di Carpentier, Francois “General” Deschamps, che aveva assistito a bordo ring alla sua vittoria sul massimo transalpino Marcel Nilles, pensò bene di comprare la compiacenza di Siki per salvaguardare il regno del suo assistito il quale, dopo la sconfitta con Dempsey, aveva recuperato tutto il prestigio perduto agli occhi dei propri connazionali difendendo il titolo in un solo round contro il grande Ted “Kid” Lewis. D’altro canto, l’incontro, fissato il 24 settembre 1922 al “Buffalo Velodrome” di Parigi, doveva rappresentare una festa per il popolarissimo “Uomo Orchidea”, che tornava a combattere nel suo Paese, davanti a 50 mila spettatori, dopo quasi tre anni di assenza. Per evitare che il misfatto diventasse di dominio pubblico e che le immagini del match potessero acquisire un valore commerciale, Deschamps pretese da Siki una rapida sconfitta entro il 5° round.
L’incasso di oltre un milione di franchi fu il più alto registrato, fino ad allora, in Francia. L’incontro, per le prime due riprese, seguì il copione previsto. Quando però, nel corso del terzo round, Carpentier – tenuto, secondo gli storici, all'oscuro della combine – mise a segno un preciso gancio destro spedendo al tappeto Siki, quest’ultimo, inferocito, mandò all’aria tutti i piani. Lanciatosi all’assalto del francese, lo sottopose ad un brutale attacco che terminò, dopo 1’10” del sesto round, quando un preciso montante destro fece stramazzare al tappeto il campione. A quel punto si scatenò una farsa ancor più vergognosa che ebbe come protagonista in negativo l’arbitro Arthur Bernstein.
Quest’ultimo, infatti, pur di salvare il pugile di casa, fece trascorrere almeno venti secondi prima di iniziare il conteggio, dando poi al francese tre minuti per recuperare. Quando, finalmente, gli fu segnalato che questi non era in grado di continuare, emise un verdetto di squalifica ai danni di Siki, reo, a suo dire, di aver sgambettato l’avversario al momento dell’atterramento. Malgrado la popolarità di Carpentier, la decisione suscitò immediatamente la violenta protesta del pubblico al punto che la polizia fu costretta ad occupare il ring per evitare che la situazione degenerasse e che Bernstein venisse aggredito. Trascorsero circa venti minuti prima che quest’ultimo, messo alle strette dai tre giudici, si decise ad assegnare la vittoria a Siki. Per la prima volta nella storia della boxe, un pugile africano era campione del mondo.
La notizia non fu accolta con molto entusiasmo dall’altra parte dell’oceano. Ancora scottata dal ricordo di Jack Johnson, l’America era convinta che la Francia avesse commesso un grave errore nel permettere ad un pugile nero di battersi per il titolo mondiale. “Una nube nera all’orizzonte”, titolò infatti il “Literary Digest”. Se gli americani pensavano, però, che Siki avesse intenzione di salire tra i massimi per emulare le gesta di Johnson stavano perdendo inutilmente il loro tempo. Malgrado le allettanti offerte per battersi con Harry Wills, Harry Greb e Johnny Wilson, gli unici pensieri del senegalese dopo la conquista del titolo erano le donne bianche e l’alcool.
Ben presto, però, i nodi arrivarono al pettine. A seguito di numerosi arresti per risse in stato di ubriachezza e di un’assurda aggressione ai danni del manager di un pugile che aveva sconfitto l’amico Ercole Balzac, la commissione pugilistica francese gli revocò la licenza. Contrariato da questa decisione, Siki rese pubblico l’accordo sottostante alla sfida mondiale con Carpentier, dichiarando di essersi preso gioco dell'avversario. Affermazioni che contribuirono ad alienargli ulteriormente le simpatie della stampa (che lo dipinse come uno “championzee” e come “un figlio della giungla”) e del suo stesso manager Charlie Hellers (che lo definì un “gorilla” sul “New York Times”), costringendolo a riparare all’estero.
Lontano dal quadrato, Siki cercò di arrotondare i suoi guadagni girando un film (“Dark Alleys”) fino a quando, il 17 marzo 1923, giorno della festa di San Patrizio, decise di difendere il titolo contro l’irlandese Mike McTigue al “Teatro la Scala” di Dublino. Una decisione così improvvida e poco avveduta da essere presa a paragone quest’anno in occasione del match tra Lamon Brewster e Luan Krasniqi, tenutosi in Germania nel 100° anniversario della nascita di Max Schmeling. Le qualità tecniche di McTigue, ottimo incontrista con eccellenti qualità difensive, fecero il resto. Dopo 20 riprese, l’arbitro Jack Smith assegnò il successo al pugile di casa che, peraltro, disputò buona parte del match con la mano sinistra fratturata.
Tre mesi dopo aver perso il mondiale, Siki cedette anche il titolo europeo al francese Emile Morelle per squalifica al 6° round. A questo punto, decise di partire alla volta degli Stati Uniti dove, il 20 novembre 1923, fece il suo debutto sul ring del Madison Square Garden contro il temibile Kid Norfolk che lo superò ai punti in 15 riprese. Ben presto, la dipendenza dell’alcool e la condotta fuori dal ring tutt’altro che irreprensibile lo privarono definitivamente anche delle sue straordinarie qualità atletiche, trasformandolo in un trampolino di lancio per avversari come Tut Jackson, Tony Marullo, Mike Conroy, Billy Vidabeck ed Art Weigand di cui, solo qualche anno prima, avrebbe disposto agevolmente.
Girovagò con alterne fortune tra Memphis – dove convolò a nozze con una giovane attrice mulatta di nome Lillian Warner, malgrado avesse già una moglie in Olanda - New Orleans, Rochester, Columbus, Minneapolis, Baltimora e Buffalo fino a quando, tornato a New York, subì sul ring del Garden una durissima punizione per mano del futuro campione del mondo dei mediomassimi Paul Berlenbach.
Innumerevoli gli aneddoti e le testimonianze dell’epoca sulle sue scorribande fuori dal ring. Nat Fleischer, direttore di “The Ring”, raccontò molti anni dopo di averlo visto dirigere il traffico sulla 42^ Strada, nel centro di Manhattan, insieme alla sua inseparabile scimmia. La stessa con cui aveva terrorizzato una donna durante le operazioni di peso per il match con Berlenbach. Uno dei suoi passatempi preferiti era sfidare i passanti di Hell’s Kitchen, uno dei quartieri più pericolosi e malfamati della “Grande Mela”, o i tassisti ai quali chiedeva di girare in lungo ed in largo la città salvo negargli il compenso al momento di salutarli.
Sempre più preda dell’alcool, Siki era ormai una persona pericolosa per sé e per gli altri, anche perché il manager Bob Levy trovava sempre maggiori difficoltà per farlo salire sul ring. Dopo l’ennesimo tentativo di aggressione ai danni di un funzionario di polizia, gli Stati Uniti decisero così di avviare l’istruttoria per estradarlo in Francia.

Non ce ne fu bisogno. All’alba del 15 dicembre 1925, il suo cadavere fu rinvenuto sulla 41^ strada, non lontano dalla sua abitazione, da un poliziotto, tale John J. Meehan, che quattro ore prima lo aveva visto passeggiare malfermo sulle gambe. Ad ucciderlo due colpi di pistola alla schiena sparati da ignoti. Sua moglie Lillian disse che a togliergli la vita fu un tale Jimmy al quale doveva 20 dollari. Aveva solo 28 anni.
La sua scomparsa colpì molto Georges Carpentier: “E’ un vero peccato che un uomo di tali straordinarie qualità atletiche sia andato incontro a questo destino. Sono finiti i tempi in cui i pugili possono bere e divertirsi lontano dal ring. Mi auguro solo che la sua fine serva da insegnamento per gli altri pugili”.
La salma di Battling Siki è rimasta custodita per 60 anni in una tomba anonima del cimitero di Flushing, nel quartiere newyorkese di Queens. Nel 1978, il giornalista Lou O’Neill, utilizzando una vecchia piantina, riuscì ad individuarla e a dargli una sistemazione più dignitosa. Nel marzo 1993, ad 80 anni di distanza dalla sua partenza per l’Europa, le sue spoglie sono tornate a Saint-Louis su richiesta del governo del Senegal. Dopo tutto, sarebbe stato impossibile dimenticarsi di uno come lui.

Articolo di Paolo Consiglio

A war can be lost, but with dignity and loyalty. The yield and the betray brand for centuries people in front of the world
November, 1942

 

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#28 Smokin Rose

Smokin Rose

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Inviato 14 nov 2012 - 16:01

Che personaggio !

"Free Salvador" tessera numero 6

 


#29 Erik

Erik

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Inviato 04 dic 2012 - 22:36

Questo se avete voglia e qualche minuto di tempo, è un articolo del sottoscritto su un pugile ai più sconosciuto, Tyrone Everett, morto giovanissimo e in maniera violenta, devo dire grazie a due ragazzi americani che mi hanno aiutato parecchio al tempo mettendomi in contatto con gli storici della Philly-boxe ed anche grazie a loro se conservo gelosamente qualche cimelio di questo strepitoso fighter....

Tyrone Everett - La leggenda di South Philadelphia

C’è un pugile che ancora adesso a Philadelphia, è ricordato come una leggenda, senza mai aver vinto un titolo mondiale, un pugile, il cui nome fuori dalla Pennsylvania probabilmente è conosciuto solo dagli addetti ai lavori con almeno quaranta anni di frequentazione del ‘Barnum’ dei guantoni
Si chiamava Tyrone Everett, era un peso leggero junior cresciuto nella parte sud di Philadelphia, uno dei tanti posti in America dove tra gli anni sessanta e settanta mettere insieme pranzo e cena era un avvenimento.
Tyrone con i fratelli Eddie e Mike scopre presto che la violenza da strada può essere incanalata e grazie a frequenti contatti con i ‘policemen’ cittadini prende la via della palestra, in quegli anni a Philadelphia erano attive qualcosa come venticinque palestre, le testimonianze di alcuni prestigiosi fighter of Philly’s narrano che a quel tempo il traguardo per tutti non fosse il passaggio al professionismo, ma bensì non farsi massacrare nelle sedute di allenamento.
Benny Briscoe, Cyclon Hart, Ritchie Kates, Willie Monroe, Bobby Watts e Mike Rossman erano le stelle filanti della città che poteva contare su un centinaio di professionisti e ben 8 arene attive, ovviamente le rivalità si sprecavano e le quattro zone principali, South, North, West e Upper Darby avevano i loro idoli con un seguito nutrito di appassionati
Everett comincia ben presto a dare del filo da torcere a tutti, in palestra è uno spettacolo vedere questo mancino mingherlino e veloce come il lampo, dei professionisti navigati e più pesanti come Jerome Artis e Alphonso Hayman sono i suoi abituali compagni e ben presto si sparge voce che c’è un ragazzo giù a South Philly che tiene botta anche ai pesi medi.

Il mancino rapido come un cobra e con le folgori nei guantoni passa ben presto professionista, a diciotto anni combatte per la prima volta a torso nudo, i suoi mentori lo portano fuori Philadelphia, dove in 15 giorni combatte due volte vincendo, ma in quegli anni non c’è molta pazienza con i prospect, vista la quantità di ragazzi che abbonda nelle palestre, e nel giro di 10 giorni Tyrone sale sul prestigioso ring dello Spectrum e dell’Arena confrontandosi con due ossi duri, il minore dei fratelli Hart, Ray e il duro portoricano di New York, Josè Resto, Everett mette knockout Hart in uno dei tanti derby del periodo e domina ai punti Resto reduce da una sconfitta immeritata contro la stella nascente Villomar Fernandez. Per Tyrone cominciano ad apparire i primi trafiletti nelle cronache cittadine e le radio locali s’interessano a lui, i due anni seguenti sono densi di appuntamenti, il nome di Tyrone comincia ad apparire nelle locandine ed anche senza essere il protagonista dei match clou si costruisce una fama di picchiatore terribile ed il pubblico comincia a seguirlo.
Il suo primo fight di livello e nel sottoclou di Briscoe contro Bobby Douglas (padre del futuro primo vincitore di Mike Tyson) e nel susseguente, il diciassettesimo della carriera, Everett mette ko alla nona ripresa il pugile di Santo Domingo, Natalio Jimenez, avversario che vanta sfida con campioni come Salvatore Burroni, Betulio Gonzales e Luis Estaba.

I primi due anni di Everett da professionista si chiudono con 18 successi con ben 12 vittorie per ko, ormai Tyrone è nelle posizione di preminenza del ranking statunitense e il 1974 si apra con la semifinale al titolo USBA, Everett batte nettamente il messicano Josè Luis Lopez ed ottiene la possibilità di battersi con il campione degli States, l’esperto pugile del New Jersey, Sammy Goss, il promoter che ormai segue Everett, Russel Peltz organizza la sfida il 29 aprile e dopo dodici scintillanti riprese Everett diventa campione americano fra l’entusiasmo di quasi novemila concittadini accorsi a sostenere la stella nascente della Philly boxe, tutto ciò ad appena ventuno anni, Everett fa da traino anche al fratello Mike, che combatte per la prima volta nello stesso programma di Tyrone che batte in due round il sudafricano ‘non white champion’ Blakeney Matthews in un preciso programma di assalto alla vetta mondiale, il filippino Bert Nabalatan, l’argentino Pedro Aguero e lo sfidante mondiale WBA coreano Hyun Chi Kim sono le seguenti vittime del gancio sinistro di Everett che ormai è entrato di diritto nel gotha mondiale ed ha conquistato la scena di uno stato dove di solito le categorie pesanti la fanno da padrone, ed con la particolarità della sua boxe che Everett, mancino spettacolare con grandi doti difensive ha conquistato fama e rispetto, anche per la sua condotta di vita irreprensibile.
Per zittire una parte di critica americana che lo accusa di essere un pugile casalingo, obbliga il manager-organizzatore Peltz ha firmare l’accordo per difendere la sua cintura nazionale in casa dello sfidante, il fighter di San Francisco, Ray Lunny III°, la sera del 17 Dicembre del 1975 sul ring del Civic Auditorium, Tyrone Everett compie un capolavoro, domina per 12 rounds Lunny, gli impedisce di fatto di attaccarlo e lo infila continuamente con i suoi splendidi colpi, il californiano non cede prima del limite solo perché è una vera roccia.
Il rientro a Philadelphia è trionfante, nell’anno seguente Everett difende due volte la cintura battendo Rosalio Muro e Cornell Hall, il 1976 però porta a Tyrone anche la conoscenza di un pugile fino a quel momento sconosciuto, ma che sarebbe diventato un grandissimo, Philadelphia è stata da sempre ‘The house of middleweight’ e ovviamente anche Marvin Hagler ha calcato i ring della
città che proprio in quell’anno festeggiava il bicentenario della fondazione, Marvelous in preparazione della sfida con Cyclon Hart si è allenato nella palestra di South Philly, la stessa di Everett, narrano le cronache che il grande trainer George Benton vedendoli allenarsi su due ring separati disse “ boxano come due goccie d’acqua “…
La sfida iridata si delineò all’orizzonte di Everett, quando il WBC, uno dei due enti mondiali di allora ordinò una semifinale ufficiale fra Tyrone e il picchiatore colombiano Hugo Barraza, la sfida si svolse a Caracas, in Venezuela e “ Ty the fly “ inscenò una rappresentazione superba, dominò il sudamericano in dodici riprese, letteralmente annichilito dalla velocità e dalla precisione del ragazzo di Philadelphia che nonostante un ambiente infuocato e avverso vinse in maniera unanime e netta, Everett divento il numero uno degli sfidanti e il suo mirino si concentrò sul campione, il fenomenale artista del ring portoricano, Alfredo Escalera.

Il grande “ El Salsero” si presentò sul ring dello Spectrum la sera del 30 novembre 1976, Philadelphia appoggiò il suo ragazzo e accorse in massa alla sfida, sotto una pioggia battente oltre sedicimila persone si presentarono ai botteghini per una serata che si preannunciava memorabile, tralaltro stabilendo il record di paganti per una serata pugilistica che dura tuttora a Philly, per Escalera era la settima difesa del titolo conquistato in Giappone mettendo ko in cinque minuti Kuniaki Shibata, il portoricano era in quel periodo uno dei migliori pound4pound al mondo e molti addetti ai lavori statunitensi erano scettici, sembravano pochi 23 anni per affrontare un fenomeno di prima grandezza come Escalera.

Tyrone dopo una comprensibile emozione iniziale e qualche ripresa di rispetto esibì il meglio delle sue qualità, tatticamente il suo essere “southpaw” mise in imbarazzo il portoricano, poco avvezzo ad avversari sfuggenti e pungenti nelle rimesse come Everett, nelle fasi di in-fight la potenza dei colpi espressa da Escalera sembrava non influire sul ritmo imposto da Everett, che ben sapendo del punch di Escalera aveva svolto una minuziosa preparazione con i fratelli Eddy e Mike ben più pesanti di lui, le ultime riprese (a quel tempo il mondiale era sui 15 rounds) furono un monologo di Everett, Escalera stanchissimo addirittura fu sull’orlo della resa, il ritmo e l’aggressività di Everett non gli diedero tregua e solo grazie alla classe e alla resistenza il portoricano raggiunse in piedi la fine del match.
Il pubblico era in delirio, c’era un atmosfera straordinaria che lo Spectrum ritroverà solo anni dopo, quando i Philadelphia 76ers di Julius Erving e Moses Malone conquistarono il titolo NBA di basket, purtroppo il delirio e l’esultanza morirono in gola a tutti quando si scoprì che probabilmente gli unici due personaggi all’interno dell’immenso palazzo dello sport che non avevano visto vincere Everett erano i due giudici, che confezionarono una vittoria Split per Escalera, decretando uno dei verdetti più scandalosi e assurdi nella storia dei mondiali targati WBC, ci furono momenti ad alta tensione, dovettero anche intervenire i policemen cittadini e i fischi del pubblico continuarono per molti minuti impedendo di fatto anche l’ultimo match della serata.
I giornali statunitensi e i media sollevarono vibranti proteste e l’eco dello scandalo raggiunse i livelli alti delle varie commissioni che facevano capo al WBC, ancora adesso nelle discussioni sulla regolarità dei verdetti il match fra Escalera ed Everett a distanza di ben trent’anni è citato come la decisione più assurda mai sentita a bordo ring negli States, ma non ci fu nulla da fare, l’entourage di Everett ottenne solo come consolazione (ben misera) quella di mantenere il primo posto nel ranking.
Dopo tre mesi passati a smaltire rabbia con la sensazione di essere stato defraudato, Everett tornò sul ring martirizzando letteralmente l’ex campione messicano dei piuma Memin Vega, frattanto continuavano i contatti e si sviluppavano le trattative per una rivincita con Alfredo Escalera.

La seconda opportunità per Tyrone divenne praticamente una formalità quando per l’occasione di una difesa volontaria di Escalera a Landover, nel sottoclou gli organizzatori presentarono Everett,
Escalera difese facilmente il titolo contro il californiano di origine messicana Carlos Becerril, mentre Everett metteva ko un altro messicano, Delfino Rodriguez, era il 16 maggio 1977, il contratto venne firmato e la sfida che tutti rivolevano vedere si sarebbe organizzata, peccato che la tragedia era in attesa e che quella sera era stata l’ultima volta in cui Ty the fly saliva sul ring.

Il destino in agguato si presentò 10 giorni dopo quel match di sottoclou, Everett aveva una vita privata regolare e mai gli era capitato nel breve tempo della sua popolarità di finire sui giornali, se non per le sue imprese sportive, come tutti i ragazzi di quell’età anche Tyrone era esuberante ed non aveva un rapporto amoroso fisso ed essendo famoso a Philadelphia aveva spesso molte belle ragazze attorno, la sera del 26 Maggio 1977, la sua ragazza del periodo lo sorprese assieme ad un’altra donna (che in realtà era un travestito) e folle di gelosia gli sparò ammazzandolo sul colpo, il dramma assunse toni fortissimi quando in realtà si scoprì che lo stesso transex-lover ebbe parte nell’aiutare la ragazza a scappare ed a nascondere le prove della morte, il processo fu abbastanza una barzelletta, Everett venne descritto come un frequentatore notevole del vizio, la stessa donna se la cavò con meno di dieci anni di prigione ed a molti sembrò una sentenza ridicola, la famiglia Everett reclamò una giustizia che non ebbe e pianse a lungo la fine di Tyrone assieme a migliaia di suoi concittadini a cui questo grande pugile aveva accesso la scintilla della passione e del tifo e benché, come già detto, Tyrone Everett non vinse altro che un titolo USBA, se chiedete a qualsiasi cittadino di Philadelphia il nome di tre leggende pugilistiche della città gli altri due nomi varieranno, ma quello di Tyrone ………ci sarà sempre.

Il mio ringraziamento va agli straordinari editor di Phillyboxinghistory (Dave & Rob) …per aver creato un sito leggendario……


articolo di Enrico Crociati

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November, 1942

 

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#30 gianca

gianca

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  • gianca
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Inviato 04 dic 2012 - 23:09

Un'altra vita da film che non conoscevo! Grazie Erik.

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto (...) Ma o cuore, cuore, cuore,O stillanti gocce rosse. Dove sul ponte giace il mio Capitano.Caduto freddo e morto. O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i cupidi volti.(...) Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate(...);La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,Esultino le sponde e suonino le campane!Ma io con passo dolorante passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto. (W. Withman)  :birgsal:

 

 

 

 





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